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Dieci i paesi africani che si sono resi disponibili a contribuire militarmente alla forza neutra africana da inviare all’est della Repubblica Democratica del Congo. Questa forza, composta da 4.000 uomini avrà il compito di debellare le varie milizie straniere e congolesi presenti sul territorio, ad esclusione del movimento ARC-M23, e di far rispettare gli accordi di pace sanciti a Kampala.
 

I paesi africani disponibili sono: Angola, Burundi, Congo Brazzaville, Kenya, Namibia, Rwanda, Tanzania, Sud Sudan, Uganda e Zambia. Fonti non ufficiali suggeriscono che il comando della missione sarà offerto all’Uganda e che le Nazioni Unite rivedranno il loro iniziale rifiuto di finanziare la missione a condizione che essa collabori con i caschi blu della MONUSCO. Il primo contingente (quello Tanzaniano) di 300 uomini dovrebbe arrivare a Goma entro la settimana.

Le negoziazioni tra il Governo di Kinshasa e la ribellione inizieranno a breve e saranno tenute a Kampala, capitale dell’Uganda.

“I colloqui di pace saranno indetti tra pochi giorni a Kampala”, afferma il Ministro Ugandese degli Interni Richard Muyei Mangeza dal 03 dicembre a Goma per osservare il rispetto delle parti belligeranti alla tregua.

Lunedì  03 dicembre 2012 l’esercito regolare congolese (FARDC) é ritornato a Goma, salutato principalmente dalle mogli dei militari che hanno combattuto i ribelli durante la caduta della città. Un’accoglienza non disinteressata. Le vedove hanno reclamato risarcimenti finanziari per la perdita dei loro cari caduti in difesa della patria.

La popolazione in generale rimane cauta e prudente anche se in parte rincuorata dalla promessa loro fatta dallo Stato Maggiore che le truppe inviate avranno un comportamento impeccabile, indirettamente riferendosi ai saccheggi e omicidi compiuti dall’esercito e dalla Guardia Presidenziale durante la loro ritirata.

Queste violenze sui civili aggiunte a quelle imputate al ACR-M23, hanno reso la vita dei cittadini del Nord Kivu un vero e proprio calvario. 400.000 di essi sono sfollati interni e circa 100.000 profughi nei vicini Burundi, Rwanda e Uganda, prevalentemente di origine Banyarwanda: cittadini hutu e tusti congolesi.

Contemporaneamente infuria una polemica nazionale basata su fughe di notizie riguardanti ordini contraddittori che il Governo di Kinshasa avrebbe inviato alle truppe che stavano difendendo Goma impedendo di essere presa dalla ribellione.

“Nessun ordine contraddittorio é stato trasmesso alle truppe da Kinshasa. Questa é pura propaganda di disinformazione probabilmente creata dal Rwanda per intaccare il morale della nazione”, afferma categoricamente i Ministro Congolese della Difesa: Alexandre Luba Ntambo.

Un’affermazione da lui stesso contraddetta, affermando, su pressione dell’opinione pubblica, che vari ufficiali avevano in realtà ricevuto l’ordine di un cessate il fuoco ma non da Governo o Stato Maggiore.

Una polemica non secondaria che confermerebbe la versione fornita dai ribelli sugli avvenimenti che portarono alla caduta di Goma. Secondo la loro versione domenica 18 novembre sarebbe stata accettata da entrambe le parti (Governo e ribellione) una tregua grazie alla mediazione dell’Uganda. Alle ore 14.00 le truppe ARC-M23 sospendono le ostilità attestandosi a 5 km da Goma. La tregua sarebbe stata imposta dalle potenze regionali contrarie alla conquista del capoluogo del Nord Kivu da parte dei ribelli.

Due ore dopo la tregua sarebbe stata infranta da un’offensiva della FARDC ordinata dal Generale Amisi (attualmente dismesso da Capo delle Forze Terrestri). Offensiva effettuata grazie all’arrivo di truppe fresche da Kisangani. L’attacco, respinto dal M23 avrebbe originato la decisione delle forze ribelli di infrangere a loro volta gli accordi e conquistare Goma, aggravando così la crisi.

A livello internazionale la decisione del Fondo Monetario Internazionale di sospendere un prestito di 240 milioni di dollari é stata vissuta dal Governo di Kinshasa come una doccia fredda.
La decisione é stata presa a causa del rifiuto delle autorità congolesi di pubblicare i contratti minerari stipulati nel periodo 2010 – 2011, sospettati di essere irregolari.

Un duro colpo per il Presidente Joseph Kabila che da due anni si sforza di attirare i finanziamenti internazionali promettendo di lottare contro la corruzione e di rafforzare la trasparenza amministrativa.

In realtà la decisione presa dal FMI rappresenta una non notizia. É dal 2011 che l’ente internazionale esige la trasparenza sui contratti minerari stipulati in Congo. Richieste totalmente disattese dal Governo come nel caso del oscuro contratto con la multinazionale Khazake ENRC una misteriosa società, forse britannica, con sede nel noto paradiso fiscale delle Isole Vergini.

Il Governo di Kinshasa aveva ceduto la sua partecipazione del 25% ad dei progetti minerari finanziati dal FMI senza informare l’organismo internazionale.

La tempistica della sospensione dei finanziamenti sembra rafforzare i sospetti regionali che la Comunità Internazionale stia compiendo forti pressioni per il rispetto degli accordi di Kampala non a Rwanda o Uganda ma proprio al Congo.

Alcuni analisti politici ugandese che impongono l’anonimato parlano di una probabile diplomazia sotterranea che é stata attivata in questi giorni. Secondo loro vi sarebbero sufficienti segnali a sostegno dell’affermazione.

La FARDC non ha rispettato gli accordi di Kampala che prevedevano la presenza di una sola compagnia di 50 uomini, riprendendo di fatto il controllo della città di Goma, senza incontrare le proteste da parte della Conferenza Internazionale per la Regione dei Grandi Laghi né da parte della ribellione, che avrebbe ancora il controllo dell’aeroporto.

Il Governo di Kinshasa si é sempre opposto alla presenza di truppe rwandesi e ugandesi nella forza neutra africana. Ora, non solo sono presenti ma potrebbero costituire il nucleo fondamentale della forza con addirittura il comando affidato all’Uganda. I mass media ugandesi informano che il Governo di Kinshasa ha stanziato fondi urgenti per la missione pari a 20 milioni di dollari.

Anche gli altri otto paesi che compongono la forza africana sono tutti stati direttamente o indirettamente coinvolti nelle due precedenti guerre in Congo (1996 e 1998)  e nel successivo periodo di guerre a bassa intensità nell’est (2004 – 2012). Inoltre tutti questi paesi detengono forti interessi economici o strategici nel Congo. Questa situazione sembra rendere l’aggettivo “neutrale” un eufemismo diplomatico.

I colloqui di pace tra Governo e ribellione non si terranno in Congo né in un paese africano terzo e veramente neutro ma in Uganda, direttamente coinvolta nella crisi. Recentissime solo le pressioni psicologiche esercitate dal Governo Ugandese sul Presidente Joseph Kabila durante il suo soggiorno a Kampala nell’apice della crisi (19 – 24 novembre 2012) che resero possibile l’accettazione degli accordi di Kampala da parte congolese. Normalmente colloqui di pace simili vengono effettuati ad Addis Abeba, Etiopia, dove c’è anche la sede dell’Unione Africana, come é stato per il caso del recente conflitto tra Nord e Sud Sudan.

Infine i colloqui diretti solo tra Governo e ribellione sarebbero contrari alle richieste del ARC-M23 che prevedono  accordi politici a livello nazionale con l’inclusione dei partiti politici e della società civile.

Si nutrano dubbi che la diplomazia sotterranea stia lavorando per attuare accordi simili a quelli raggiunti con la precedente crisi del CNDP di Laurent Nkunda nel 2009, di cui i soli a trarre profitto furono Uganda e Rwanda.

La crisi potrebbe rientrare con un compromesso in cui il ARC-M23 diverrebbe un partito, le sue milizie reintegrate nell’esercito nazionale, i suoi leader promossi all’interno della FARDC e a livello politico con l’offerta di qualche posto di rilievo amministrativo regionale o nazionale mentre il Presidente Joseph Kabila manterrebbe il potere a condizione di permettere alla forza “neutrale” africana di ripulire l’est del paese le milizie particolarmente nocive a Rwanda e Uganda.

Se questi dubbi saranno confermati dagli avvenimenti dei prossimi giorni / settimane la pretesa del ARC-M23 di rappresentare un movimento di liberazione nazionale saranno viste dalla popolazione come pure velleità identiche alla precedente ribellione Banyarwanda del CNDP, l’ennesimo “affare tusti” teso a ottenere maggior posti di potere scatenando guerre all’est del paese. Questo corrisponderebbe alla morte politica della ribellione e al trionfo della politica dei Signori della Guerra basata sull’uso delle armi e della cieca violenza.

Dinnanzi a questo scenario, che non prevede un serio dibattito politico nazionale, tutti i problemi che sono alla base di questo ciclo periodico di crisi rimarrebbero irrisoluti, aggravando la situazione del paese.

Gli analisti politici fanno osservare che il lasso di tempo tra una crisi e l’altra é sempre più breve, due anni da quella del CNDP a quella del ARC-M23). Le crisi cicliche tendono a manifestarsi con sempre più violenta ponendo l’interrogativo sul quando e come la prossima crisi scoppierà se non saranno individuate soluzioni durature per il Congo.

Fulvio Beltrami
Kampala Uganda
Reporter dall’Africa per L’Indro
 

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