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L’attacco agli ispettori ONU incaricati di verificare l’utilizzo di armi chimiche da parte dell’esercito siriano come denunciato dalla opposizione, Coalizione Nazionale della Siria e dall’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, potrebbe aprire una nuova fase nella guerra civile in Siria, iniziata il 15 marzo 2011. Un eventuale intervento militare americano potrebbe limitarsi ad eliminare l’aviazione militare siriana che fin dall’inizio delle ostilità ha permesso al governo di resistere ai vari gruppi armati della ribellione. Meno probabile l’invio di soldati americani fortemente contrastato dall’opinione pubblica interna che non desidera vedere gli Stati Uniti impegnarsi in un terzo conflitto dopo le precedenti avventure in Iraq e Afganistan.

Le accuse di utilizzo di armi chimiche e la possibilità di un intervento militare americano sono parallele ai recenti successi militari riportati dall’esercito regolare contro la ribellione evidenziati dalla recente offensiva a Ghouta, periferia di Damasco, tradizionale roccaforte dell’opposizione armata. Vi sono sospetti che l’accusa di utilizzo di armi chimiche da parte del Governo Siriano possa essere simile a quella avanzata dall’Amministrazione Bush e dal Primo Ministro inglese Tony Blair per giustificare l’aggressione del Iraq di Saddam Hussein. A distanza di anni fu constatato che le prove presentate erano state fabbricate ad hoc per giustificare l’inazione del Iraq.

L’attenzione posta da un eventuale utilizzo di armi chimiche da parte del regime siriano pone in secondo piano il rifornimento di armi alla miriade di gruppi armati siriani tra i quali alcuni legati ad Al-Qaeda.

Il rifornimento di armi e munizioni, principale fattore del prolungamento di un conflitto che si sta progressivamente estendendo su base regionale (in primo luogo nel vicino Libano) é garantito da paesi arabi come il Qatar, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Arabia Saudita con il beneplacito se non la partecipazione degli Stati Uniti. Diversi sono i canali utilizzati spesso con transizioni internazionali spesso difficili da tracciare.

Uno tra i più importanti paesi fornitori di armi ai ribelli é il nemico numero uno degli Stati Uniti in Africa: il Sudan.  A denunciarlo sono stati il Washington Post e il settimanale Sud Sudanese The New Nation.

Il regime dittatoriale di Khartoum dal secondo semestre del 2012 approvvigiona in armi i ribelli siriani. Le armi vengono comprate dal Qatar e fatte passare attraverso la Turchia. La fornitura di armi comprende armi automatiche, munizioni, fucili di precisione per i cecchini, missili anti carri armati e i missili anti aerei FN-6 a ricerca automatica di calore.

Tutte le armi sono prodotte nella fabbrica di armamenti di Khartoum sotto licenza della Cina, che installò l’impianto all’inizio degli anni Duemila. Le prove di questo traffico di armi sono numerose. Nel maggio scorso il The New York Times pubblicò le prove di un largo consumo di munizioni 7,62×39 millimetri di esclusiva fabbricazione sudanese fatto dai ribelli presso la città di Idlib. I fucili semi automatici sudanesi sono molto apprezzati dai cecchini ribelli per la loro affidabilità e precisione. Dal giugno scorso i ribelli possiedono i missili anti aerei FN-6, sempre di fabbricazione sudanese, che hanno permesso di diminuire considerevolmente la capacità offensiva dei micidiali elicotteri governativi di fabbricazione russa.

Dalle indagini condotte emerge un complicato network internazionale che non coinvolge solo Qatar e Turchia ma anche  gli altri paesi arabi tradizionali alleati della ribellione: Emirati Arabi Uniti, Giordania, Arabia Saudita. Forti i sospetti che anche gli Stati Uniti siano coinvolti.

Il rifornimento Sudanese di armi passa attraverso Turchia e Libia ed é considerato uno tra i principali aiuti militari che hanno permesso alle milizie ribelli di resistere e controbilanciare la superiorità militare dell’esercito regolare. Per accelerare la consegna di armi vengono utilizzati aerei Ucraini che regolarmente sorvolano indisturbati lo spazio aereo civile della Turchia occidentale.

Oltre all’evidente guadagno economico il Sudan si é progressivamente posto come leader nel rifornimento di armi alla ribellione per motivi geo strategici.  Nella guerra per procura combattuta in Siria da potenze regionali, internazionali e sette religiose estremiste, il coinvolgimento del Sudan é indirizzato a sostenere i gruppi Sunniti della ribellione e i gruppi più estremisti legati ad Al-Qaeda come il Soquor al-Sham.

Il coinvolgimento del Sudan potrebbe implicare uno spostamento delle alleanze strategiche del regime di Khartoum dai tradizionali alleati: Iran e Cina alle monarchie della Penisola Araba.

Sia Iran che Cina provvedono assistenza economica, militare e tecnica al Sudan. La vendita di armi alla ribellione siriana é oggetto di frizioni anche se non omogenee. Mente l’Iran considera il coinvolgimento sudanese come una sorte di tradimento, la Cina tende a minimizzarlo sia per gli interessi petroliferi in Sudan e Sud Sudan sia per i profitti provenienti dalla royalities della vendita di armi su licenza cinese.

Il Governo di Khartoum nega le accuse rivoltegli. “Il Sudan non sta vendendo armi in Siria”, afferma ai media nazionali il porta parola del Governo di Omar El Bechir: Sid Ahmad.

Non abbiano alcun interesse a supportare i ribelli siriani soprattutto in un conflitto dagli esiti incerti. Le accuse di traffico d’armi sono frutto di un complotto americano tendente a minare le ottime relazioni con Iran e Cina”, spiega ai media africani il porta parola dell’esercito sudanese Al-Sawarmi Khalid Saad.

Anche il Qatar nega ogni ruolo nel procurare ai ribelli armi provenienti dal Sudan. La più clamorosa smentita di questi tentativi di nascondere il traffico d’armi proviene proprio dalla ribellione siriana dei settori di Aleppo e Idlib. Il comandante Abu Bashar agli inizi di agosto ha pubblicamente confermato il rifornimento di armi sudanesi organizzato dagli ufficiali dei servizi segreti del Qatar.

Il Sudan ha una lunga tradizione di vendita d’armi in vari conflitti africani tra i quali quello Somalo e Libico. Accordi commerciali ufficiali per la vendita di armi e munizioni sudanesi sono stati firmati con Ciad, Costa d’Avorio, Kenya, Guinea, e Mali, secondo i dati forniti dalla Ong Small Amrs Survey che monitora la vendita di armi nel Continente Africano.

Il Sudan é stato il principale fornitore di armi al movimento guerrigliero ugandese Lord Resistence Army guidato da Joseph Kony durante la guerra civile in Uganda terminata nel 2004.

La complicitá degli Stati Uniti nella vendita clandestina di armi sudanesi alla ribellione libica rafforzerebbe i sospetti di un coinvolgimento americano nell’attuale rifornimento di armi ai ribelli siriani. Il Governo di Khartoum nel 2011 fu costretto dalle evidenze ad ammettere il traffico di armi a favore della ribellione libica negando però il coinvolgimento degli Stati Uniti. Nel 2012 il Sudan ricevette il ringraziamento ufficiale della nuova leadership libica per aver contribuito alla caduta del regime del Colonnello Muammar el-Qaddafi.

Paradossalmente la vendita di armi sudanesi in Siria é direttamente utilizzata dalla Cina come una promozione gratuita dell’affidabilità delle sue armi per aumentare le vendite a livello internazionale.

L’efficacia dimostrata dai missili anti aerei FN-6 evidenziano che l’armamento cinese ha elevate capacità offensive e può essere facilmente utilizzato anche da truppe non scelte come spesso sono i ribelli siriani cronicamente carenti di esperienza ed addestramento”, afferma orgogliosamente un esperto cinese di armamenti sul quotidiano in lingua inglese The Global Times.

I successi ottenuti dai ribelli contro gli elicotteri russi utilizzati dall’esercito regolare grazie all’utilizzo dei FN-6 ci procura una pubblicità gratuita che aumenta l’immagine dei prodotti Cinesi sul mercato internazionali delle armi”, commenta il The Global Times.

Di diverso parere é: Abu Bashar, comandante delle forze ribelli presso le provincie di Aleppo e Idlib. “La maggioranza dei missili FN-6 sono difettosi. Alcuni esplodono prima del lancio uccidendo i nostri miliziani, altri falliscono l’obbiettivo a causa di disfunzioni del sistema di ricerca automatica del calore”.

Fulvio Beltrami

Kampala Uganda

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