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A distanza di 51 anni dall’indipendenza in Uganda si é iniziato il dibattito sulla legalizzazione dell’aborto, attualmente considerato un atto criminale. Ad iniziare il dibattito non sono state organizzazioni dei diritti umani o associazioni femminili ma lo stesso Ministro di Stato per la Sanità: Sarah Opendi, durante il convegno sulla sicurezza del parto avvenuto lunedì 2 settembre presso l’Hotel Sheraton a Kampala.

E’ giunto il momento nel nostro paese di considerare seriamente la legalizzazione dell’aborto per combattere l’escalation delle morti collegate agli aborti clandestini”, spiega il Ministro Opendi ai partecipanti del convegno.

Gli aborti clandestini praticati nel paese rappresentano il 33% delle cause di morte delle donne in Uganda. Gli aborti vengono eseguiti di nascosto non solo nelle cliniche private di vari medici ma anche presso ospedali e cliniche statali e universitarie e rappresentano una vera e propria speculazione finanziaria. Per esempio le cliniche statali di Wandegeya e Nakulabye eseguono una media di 20 aborti clandestini alla settimana.”, informa il Ministro.

Nonostante che l’Uganda é membro del Protocollo di Maputo che tutela i diritti sociali e politici delle donne compreso il diritto all’aborto, esso é considerato un atto criminale, punibile con 14 anni di carcere, secondo la sezione n. 141 del Codice Penale e dalla Costituzione del 1995. L’aborto é comunque autorizzato dalle competenti autorità solo nel caso che la gravidanza possa mettere a rischio la vita della madre.

La mortalità materna nel paese é di 438 su 100.000 donne, una tra le più alte percentuali del Continente. Gli aborti clandestini rappresentano un terzo delle cause. Visto che la legge punisce anche la donna che accede all’aborto, le pazienti sono spesso vittime di personale sanitario senza scrupoli e impossibilitate a chiedere risarcimenti in caso di danni permanenti causati da errori commessi durante l’operazione.

Il discorso del Ministro Opendi é destinato a scatenare le ire mediatiche delle chiese Protestanti e Cattolica iper attive per mantenere illegale l’aborto, una crociata portata avanti da decenni in contemporanea a quella in sostegno alle leggi omofobiche, non ultima quella del Kill the Gay Bill, dove si prevede la pena di morte per gli omosessuali recidivi. La discussione della legge al parlamento (che doveva avvenire nel febbraio 2013) é stata congelata per volontà del Presidente Yoweri Museveni.

Durante il convegno la proposta di legalizzare l’aborto é stata affiancata da diverse proposte per rafforzare la prevenzione delle pregancy non volute e della pianificazione familiare. Le pregancy non volute rappresentano una vera e propria piaga sociale per le minorenni ugandesi tra i 14 e 17 anni sia nell’ambiente rurale che urbano. Almeno il 26% di esse rimangono incinta prematuramente e sono costrette ad interrompere gli studi e a subire la stigmatizzazione sociale. Spesso il loro compagno non é finanziariamente in grado di sposarle. Le minori provenienti da famiglie povere, entrando nello statuto di ragazze madri, spesso si dirigono verso la prostituzione per mantenere il figlio.

I partecipanti al convegno non hanno risparmiato critiche al Governo accusato di non adempiere ai suoi doveri di pianificazione familiare. Secondo i dati a disposizione solo il 30% delle donne ugandesi accedono ai metodi contraccettivi disponibili gratuitamente mentre nel National Medical Store sono immagazzinati centinaia di migliaia di contraccettivi (preservativi, farmaci anticoncezionali, spirali) la maggior parte di essi prossima alla data di scadenza.

Il Ministro di Stato delle Finanze Matia Kasaija ha proposto di introdurre l’educazione sessuale e i metodi contraccettivi nei curriculum scolastici, iniziando dalle scuole medie.

Fulvio Beltrami

Kampala Uganda

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