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Per comprendere il ruolo delle Nazioni Unite nella crisi congolese.

Gerald Mbanda media consultant e commentatore politico della regione dei Grandi Laghi. Titolo originale: “Will World Bank buy peace in DR Congo?”, pubblicato sul settimanale ugandese The Independent il 28 giugno 2013.

Nonostante che l’articolo sia stato pubblicato quasi due mesi fa l’analisi di Gearld Mbanda sul ruolo delle Nazioni Unite nella crisi congolese rimane un raro esempio di lucidità che si contraddistingue dalle semplicistiche analisi riportate da molti giornalisti occidentali sul conflitto in atto tra il Governo e il Movimento 23 Marzo all’est del paese Nota del Traduttore.

La recente visita congiunta del Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon e del Presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim nella regione dei Grandi Laghi con l’intento di portare la pace nel Congo e promuovere lo sviluppo economico regionale, é un evento storico e un passo verso la giusta direzione.

La visita é di portata storica perché due tra gli uomini più potenti al mondo: uno il più alto diplomatico mondiale e l’altro il rappresentante del mondo finanziario, hanno percorso lo stesso itinerario nella regione più infestata da problemi del Continente Africano. La visita é storica anche perché raffigura una nuova dimensione intrapresa dalle Nazioni Unite per risolvere il conflitto all’est del Congo.

La visita é avvenuta immediatamente dopo che parte delle forze dal Sud Africa, Tanzania e Malawi sono arrivate all’est della DRC in qualità di “brigata d’intervento” per fermare i gruppi armati.

Purtroppo mentre il contingente Sudafricano stava ancora sistemando i propri bagagli un reporter tedesco del quotidiano TAZ in missione giornalistica in Congo notò decine di donne e bambini sfollati e anche qualche uomo, all’esterno della base MONUSCO a Munigi, circa 4 km dalla linea del fronte.

Quando il reporter bussò al cancello un soldato sudafricano aprì solo una piccola porta laterale. “Perché tutte quelle persone sofferenti rimangono fuori?”, chiese il giornalista.”Non vogliano quella gente qui dentro”, fu la risposta del soldato Sudafricano.

Questa attitudine é ancora fresca nella memoria dei ruandesi quando centinaia di persone che si erano rifugiate nei campi ONU, sono state abbandonate per essere sgozzate.

La brigata d’intervento raggiunge quasi 22.000 altri Caschi Blu sotto il comando della MONUSCO, la più larga forza delle Nazioni Unite al mondo che non ancora portato la pace nel est del Congo.

Ban Ki-Moon sta probabilmente abbandonando il tradizionale approccio diplomatico per far propria la strategia adottata dall’Impero Britannico quando combatté per sette anni per assicurarsi il controllo del Quebec (1757 – 1762) nel famoso conflitto ricordato come La Guerra dei Sette Anni.

Quando gli Inglesi realizzarono che i Canadesi erano più numerosi di loro e che vi erano reali possibilità di ribellioni, i Governatori Britannici usarono la politica del bastone e della carota. La domanda che si pone é se l’est del Congo beneficerà di questo approccio risolvendo il problema delle croniche ribellioni nella Repubblica Democratica del Congo?

La pace di Addis, un rapida soluzione che non ha funzionato.

Nel febbraio 2013 diversi leader Africani firmarono presso la capitale etiope Addis Abeba, un accordo sponsorizzato dalle Nazioni Unite per terminare il ciclo di conflitti e crisi all’est del Congo.  Nonostante ciò quando il Boss delle Nazioni Unite, accompagnato dal Presidente della Banca Mondiale hanno visitato il Congo portando un cestino pieno di carote, furono accolti dalla ripresa delle ostilità tra M23 e le forze governative.

 

Già all’epoca gli accordi di pace di Addis erano in rovina. Un accordo di pace é normalmente firmato dalle parti antagoniste. Questo non é stato il caso ad Addis. In realtà é stato firmato solo una speranza di pace. L’inchiostro non si era ancora asciugato quando lo sforzo parallelo di riportare la pace in Congo: i colloqui di Kampala, conobbe un collasso totale.

Entrambi gli accordi non sono stati in grado di raddrizzare le vere cause e rivendicazioni che hanno sparso la violenza al est del Congo, quindi non hanno avuto l’opportunità di tracciare soluzioni durevoli al conflitto.

La missione ONU non può risolvere il problema.

Il coinvolgimento delle Nazioni Unite risale alla crisi congolese del 1960 – 1964. Gli sforzi di porre fine alle ribellioni armati all’est della DRC é probabilmente vecchio come l’indipendenza stessa del Congo, e un insegnamento che le alte sfere delle Nazioni Unite ricorderanno per sempre.

Non oso immaginare cosa passasse nella mente di Ban Ki-Moon quando é volato dalle giungle del Congo a Kinshasa. Il secondo Segretario Generale dell’ONU: Dag Hammarskiold, un diplomatico svedese, muorí in un incidente aereo nel 1961 presso la località di Ndola nell’attuale Zambia conosciuta all’epoca come Rodesia del Nord.

Stava affrontando una missione per iniziare negoziati di pace con Moise Tshombe, un governatore della Provincia del Katanga, ribellatosi a Kinshasa. Le sue forze avevano appena disintegrato i caschi blu delle Nazioni Unite.

 

Tsombe e i suoi soldati stavano lottando per l’indipendenza del Katanga dal resto del Congo, ingaggiando una lunga guerra costellata da infruttuose negoziazioni con le Nazioni Unite. Per debellare la ribellione l’ONU portò avanti un numero di operazioni che risultarono estremamente sanguinarie e causarono la vita di centinaia di persone.

Operazione Rumpunch, con l’obiettivo di disarmare le truppe Katanghesi comandate da Tsombe.

Operazione Morthor, con l’obiettivo di arrestare i mercenari stranieri di Tsombe e i suoi consiglieri politici. L’operazione si trasformò in una sanguinosa guerra.

Operazione Unokat, uno scontro aperto con forse militari straniere non sottoposte al comando ONU.

Operazione Grand Slam. L’unica operazione di successo autorizzata dal nuovo Segretario Generale delle Nazioni Unite, U Thant, che mise fine alla secessione del Katanga.

Altre forze straniere lanciarono operazioni militari come la infame “Dragone Rosso” una operazione congiunta di truppe Americane e Belghe contro la ribellione Simba nel 1964.

La storia delle rivolte e ribellioni nel est del Congo inizia nel periodo precedente alla indipendenza e continua ai giorni nostri. Dopo le crisi del 1960 nacque la ribellione Simba comandata da Pierre Mulele, la ribellione Kolonji e quella Mai Mai.

Il M23 é solo la più recente delle ribellioni all’est del Congo divenuto un paradiso per 40 gruppi ribelli inclusi quelli provenienti dai paesi vicini come il FDLR, che commise il genocidio in Rwanda, il ADF dei ribelli ugandesi e altre ancora.

Rwanda e Uganda hanno sempre percepito il pericolo posto dai gruppi ribelli operanti all’est del Congo ma la Comunità Internazionale non ha posto una grande attenzione al problema. Al contrario i famosi “esperti ONU” attirarono l’attenzione altrove accusando entrambi i paesi di supportare i ribelli congolesi per assicurarsi le risorse naturali.

Le ribellioni in Congo sono iniziate quando Kagame aveva ancora bisogno dell’autorizzazione di sua madre per andare a giocare a calcio e Museveni era intento a sorvegliare le vacche di suo padre e non era ancora stato affascinato dalla letteratura rivoluzionaria.

Comunque sono ben conosciuti gli interessi stranieri nel conflitto del Congo. Dalla ex potenza coloniale, il Belgio alle altre potenze mondiali: America, Russia, Cina e Francia tutte sono coinvolte nel conflitto da una parte o dall’altra.

Nessuna compagnia mineraria dei paesi vicini ma le multinazionali straniere hanno operato in Congo per decenni. Nessuno di questi paesi condivide i confini con il Congo quindi nessuno ha sperimentato l’insicurezza delle frontiere. Il loro insaziabile interesse nelle risorse del Congo li spinge ad accusare i paesi vicini.

La DRC deve prendersi in carico.

L’attuale Missione ONU di pace all’est del Congo é la continuazione di quella del 1960 – 1964. E se la vecchia strategia usata nel Katanga questa volta non dovesse funzionare? Il primo ostacolo é rappresentato dalle potenze occidentali che controllano il sistema delle Nazioni Unite e non hanno molti interessi per una pace in Congo.

La crisi congolese é di natura politica, quindi richiede soluzioni politiche e non militari. Ci sono stati vari appelli della Comunità Internazionale per arrestare i leader ribelli come Generale Nkunda, Bosco Ntaganda, Thoamas Lubanga, nella speranza di terminare le ribellioni. Ora questi leader sono usciti di scena ma al loro posto sono subentrati dei nuovi e le ribellioni continuano.

In ultima analisi la pace in Congo verrà assicurata supportando un genuino dialogo tra l’etablishment di Kinshasa e i gruppi ribelli, risolvendo i problemi che hanno originato le loro ribellioni contro il governo. Le ingiustizie storiche, compresa quella della mancanza di cittadinanza devono essere risolte.

Le immaginarie frontiere coloniali hanno creato comunità transfrontaliere che hanno il diritto di vivere dove risiedono indipendentemente dalle similitudini linguistiche e colturali con i paesi vicini.

Il governo della DEC, con un territorio grande come l’Europa occidentale, si deve assumere questo impegno. Per esempio, negli ultimi cinquanta anni dall’indipendenza non ci sono strade che colleghino l’est del Congo con la capitale Kinshasa.

Le spese sostenute nei recenti anni per mantenere la missione di pace ONU all’est del Congo senza alcun risultato tangibile sarebbero stati più che sufficienti per costruire un’autostrada da Goma a Kinshasa che rendesse facile governare il paese e promuovere il commercio con la regione.

Il Governo della DRC deve essere incoraggiato a prendersi la responsabilità di questi problemi e forse i paesi vicini saranno più disponibili a contribuire al processo di pace. Questi paesi sono impegnati in ambiziosi progetti di crescita e necessitano di una clima pacifico per realizzare lo sviluppo economico regionale.

Il Congo é rimasto nella povertà nonostante che abbia la potenzialità di essere la più prospera nazione del Continente. Negli anni Sessanta il Katanga da solo deteneva il 80% della produzione mondiale di diamanti e il 60% di quella di uranio, oltre a immensi giacimenti di rame.

Le risorse del Katanga sono sufficienti per catapultare il Congo fuori dalla povertà e a queste si devono aggiungere quelle delle altre provincie. Ed invece il 70% dei congolesi vive nella povertà assoluta, intrappolata in un paese che contiene depositi minerari stimati ad oltre 24 trilioni di dollari americani.

É arrivato il momento che il Continente prenda la responsabilità di creare propri processi e meccanismi capaci di assicurare la pace, la dignità e la prosperità per l’Africa.

 

 

 

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