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Titolo originario: Congo, illusione di pace.

pubblicato il 16 dicembre 2013 su L’Indro.

http://www.lindro.it/politica/2013-12-16/112160-congo-illusione-di-pace

Kigali – Giovedì 12 dicembre il Ministro degli Affari Esteri congolese Raymond Tshinandi e il leader politico del movimento ribelle M23 Bertrand Bisimwa hanno firmato a Nairobi l’accordo di pace promosso dai Colloqui di Kampala, iniziati nel dicembre 2012 dopo il ritiro della ribellione dal capoluogo della Provincia del Nord Kivu, Goma conquistata nel novembre 2012. Le firme sono state poste sul documento in presenza dei Capi di Stato Joseph Kabila (DRC), Uhruru Kenyatta (Kenya), Yoweri Museveni (Uganda) e Joyce Banda (Malawi).

L’accordo, denominato “dichiarazione” per compiacere il Governo di Kinshasa, prevede la trasformazione del M23 da un gruppo ribelle ad un legittimo partito, l’amnistia ai membri della ribellione limitata agli atti di guerra e di insurrezione, la de-mobilizzazione dei guerriglieri attuata attraverso un periodo transitorio di disarmo, il rilascio dei prigionieri di guerra e politici appartenenti al M23, il ritorno dei rifugiati congolesi nelle loro zone di origine, la formazione di una commissione mista per risolvere i danni del conflitto (estorsioni, saccheggi, distruzione di proprietà e usurpazione delle terre), la riattivazione del processo di riconciliazione e giustizia nazionale, riforme sociali ed economiche, esecuzione degli accordi di pace siglati con la precedente ribellione Banyarwanda CNDP denominati “accordi del 23 Marzo 2009” pretesto preso per l’inizio della ribellione del M23 nel aprile 2012. La corretta applicazione degli accordi firmati sarà monitorata da un meccanismo di vigilanza inter regionale.

La firma della pace è stata frutto dell’intensa attività del Presidente ugandese Museveni e del Presidente sudafricana Jacob Zuma, con il chiaro intento di ostacolare le interferenze franco-belghe nella regione. Purtroppo le basi di questo accordo sono talmente fragili che solo gli avvenimenti a breve termine che si svilupperanno all’est del Congo potranno determinare la sua credibilità. Il Governo di Kinshasa si basa su una autoillusione riguardante la vittoria riportata sul movimento M23 nel novembre scorso. Secondo la propaganda governativa la ribellione è stata sopraffatta e distrutta dall’esercito regolare (FARDC) e dalla brigata di intervento della MONUSCO. La stampa anglofona regionale sostiene questa tesi in quanto comoda e conveniente per molte realtà politiche dal Congo al Rwanda.

La realtà sembra essere ben conosciuta dai cittadini congolesi del Nord e Sud Kivu. “Il M23 non è stato sconfitto. Si è semplicemente ritirato in Uganda e Rwanda mantenendo intatta la sua forza militare. Kabila necessita di illusioni e il suo governo di realtà artificialmente costruite per rafforzare una legittimità mai avuta. Il M23 rappresenta ancora un pericolo come gli altri 40 movimenti armati presente in Congo. Finché persisterà questa situazione che impedisce una vera sovranità del Paese, ogni dichiarazione di vittoria o accordo di pace rientrano nella commedia che stiamo assistendo dal 1996”, afferma un commerciante di Bukavu, capoluogo della Provincia del Sud Kivu.

La firma dell’accordo-dichiarazione è sostanzialmente il frutto di un compromesso dettato da pressioni di forze antagoniste regionali ed internazionali. L’intransigenza consigliata da Francia e Belgio si è scontrata sul rischio di una guerra regionale. Il fallito il tentativo di invasione nel settembre 2013 del Rwanda utilizzando il gruppo terroristico FDLR alleato del Governo di Kinshasa ha impedito di aprire un fronte interno ad uno dei principali attori regionali. La virtuale capacità militare dell’esercito congolese e l’assenza di una chiara alleanza con l’Angola hanno costretto il Presidente Kabila ad accettare il compromesso proposto dall’Uganda nonostante i consigli della cellula africana dell’Eliseo. L’asse Kampala – Pretoria ha contribuito a questa decisione teoricamente tesa a stabilizzare la regione.

La natura empirica del Movimento 23 Marzo viene dimostrata dalla firma dei questo accordo che non rispecchia le aspettative della ribellione. Dal ritiro delle sue forze da Goma del dicembre 2012 in poi la campagna militare e la politica del M23 sono state decise ed imposte dal principale padrino della ribellione, il Presidente Yoweri Museveni, a volte in contrasto con i desideri dell’alleato ruandese. Questo accordo di pace si basa sulla mancanza di un chiaro vincitore sul terreno e, come tutti i compromessi precedentemente fatti, anche questo rischia di contenere già dall’inizio le basi per una futura ribellione Banyarwanda all’est del Congo, non essendo in misura di risolvere i problemi che stanno alla base dell’instabilità protratta per 17 anni.

La clausola relativa al ritorno dei rifugiati nelle loro zone di origine sembra volutamente resa generica poiché entrambe le parti non sono in grado di gestire la complicata situazione etnica che contrappone le popolazioni di origine bantu a quelle di origine tutsi all’interno del Congo. Ai quasi 200.000 rifugiati congolesi tutsi in Uganda e Rwanda si devono aggiungere circa un milione di sfollati interni. Una situazione esplosiva in quanto l’appropriazione indebita di terreni e proprietà risulta etnicamente traversale, rendendo il fenomeno difficile da catalogare come prodotto esclusivamente dovuto dalle tensioni etniche tra bantu e tusti. Queste tensioni si riscontrano anche all’interno della popolazione bantu dove le diverse tribù tentano di approfittare della situazione innescando una pericolosa guerra tra poveri.

La commissione mista tesa a risolvere i danni del conflitto difficilmente riuscirà ad andare oltre alla dichiarazione di buoni intenti. I danni materiali e fisici inflitti alla popolazione sono stati perpetuati da entrambe le parti belligeranti che nel tentativo di riparazione tenteranno di adottare linee unilaterali addossandosi a vicenda l’intera responsabilità. Inoltre vi sarebbero da includere i danni provocati dalle milizie alleate ai due schieramenti, un giusto provvedimento che metterebbe in seria difficoltà il Governo di Kinshasa che dovrebbe rispondere degli ingenti danni economici e violazione dei diritti umani commessi dai propri alleati, in primis dai genocidari ruandesi del FDLR.

Il punto riguardante l’amnistia rappresenta l’essenza empirica dell’accordo. Kinshasa ha insistito ed ottenuto che nell’amnistia non siano inclusi i crimini di guerra e contro l’umanità commessi dalla ribellione, dichiarando di essere determinata a proseguire i criminali sul piano internazionale, trasferendoli al Tribunale dell’Aia.

Questa ferma volontà è nei fatti destinata a rimanere relegata nell’ambito della pomposa quanto ormai non credibile propaganda governativa. Gli unici mandati di arresto internazionali richiesti dal Governo Kabila riguardano figure politiche e militari del M23 associate alla sconfitta fazione di Bosco Ntaganda, detto Terminator, dall’ex presidente ribelle Jean-Marie Runiga ai comandanti militari Baudoin Ngaruye, Eric Badege e Innocent Zimurinda. Nessun mandato di arresto è stato emesso per i leader politici e militari dell’attuale dirigenza del M23, a partire dal Generale Sultani Makenga. Una scelta non casuale. Ngaruye, Badege e Zimurinda erano attivamente coinvolti nella allegra società tra Bosco Ntaganda e Zoe Kabila, fratello del Presidente, per lo sfruttamento e il commercio illegale di miniere di oro e coltan. Il mandato di arresto internazionale è più teso ad eliminare pretese societarie che offrire giustizia alla popolazione congolese. Gli arresti e i relativi processi sono inoltre di difficile attuazione: il Rwanda protegge gli ex dirigenti della fazione Ntaganda e un processo sui crimini di guerra e contro l’umanità coinvolgerebbe direttamente l’esercito regolare e le milizie alleate, un lusso che il Governo di Kinshasa non può sostenere.

L’attuale situazione sul terreno è caratterizzata da un riassetto strategico e militare attuato dal M23. Dai 2.600 ai 3.200 uomini sono ritornati in Congo formando una miriade di fazioni ribelle apparentemente scollegate tra esse ma in realtà rispondenti al comando centrale presso lo Stato Maggiore dell’esercito ugandese. il nucleo d’élite ribelle, 1.200 uomini tra cui i comandanti e il Generale Makenga sono in stand-by in Uganda. L’atto di abbandonare la lotta armata e costituire un partito politico aderente alle regole democratiche non costituisce una garanzia per la fine della ribellione. É sufficiente che essa cambi la denominazione per raggirare l’ostacolo, come è stato il caso per il CNDP e il M23, apparentemente due ribellioni diverse scaturite in tempi diversi, ma provocate e condotte dagli stessi attori presenti in Congo fin dalla prima guerra panafricana del 1996 che decretò la fine del trentennale regime di Mobutu Sese Seko.

L’accordo di pace firmato a Nairobi, oltre che essere fragile sui reali intenti di applicazione delle parti, sembra un preludio alle trattative in corso per l’eliminazione del gruppo terroristico ruandese Forces Democratiques pour la Liberation du Rwanda. Le FDLR sono state create dalla fusione dell’ex esercito del regime razziale nazista di Habyariamana Force Armees du Rwanda (FAR) e dalle milizie genocidarie Interahamwe che si rifugiarono nel 1994 nell’allora Zaire sotto protezione dell’esercito francese, costretto ad ingaggiare scontri diretti con il movimento di liberazione di Paul Kagame, il Fronte Patriottico Ruandese (FPR). Le FDLR e la sua ala armata, Armée de Liberazione du Rwanda (ALIR), nacquero nel 1997 dopo la sconfitta militare subita dall’invasione degli eserciti ruandese e ugandese che posero al potere il padre dell’attuale Presidente, Désiré Kabila, successivamente assassinato nel 2001.

Il Rwanda ritene non negoziabile la richiesta di annientare questo gruppo terroristico come é stato ribadito dal Presidente Kagame in persona all’Inviato Speciale delle Nazioni Unite nella Regione dei Grandi Laghi, Russell Feingold il 4 dicembre scorso. «I rispettivi leader politici concordano che la creazione di una pace duratura nella regione deve includere la neutralizzazione delle FDLR come priorità assoluta», recita il comunicato congiunto Rwanda-Nazioni Unite del 4 dicembre 2013.

Sia il Governo di Kinshasa sa che la missione di pace ONU in Congo MONUSCO sembrano artificialmente creare scuse sull’individuazione delle priorità militari all’est del Paese. Secondo il capo della MONUSCO e Rappresentante del Segretario Generale ONU in Congo Martin Kobler, il gruppo armato ugandese ADF rappresenterebbe la vera priorità per la brigata d’intervento composta dalle truppe di Malawi, Sud Africa e Tanzania. Sempre Kobler ha iniziato a porre sul tavolo difficoltà militari riguardanti l’eliminazione delle FDLR con l’obiettivo di deviare l’attenzione internazionale su questo dovere considerato dagli attori regionali, Stati Uniti e Gran Bretagna come un atto obbligatorio per assicurare la pace regionale. Kobler evoca i rischi di un coinvolgimento diretto della popolazione civile congolese che sostiene la milizia ruandese FLDR. «Una delle principali difficoltà nella campagna militare contro le FDLR consiste su come evitare danni collaterali ai civili hutu ruandesi presenti in Congo e alle etnie congolesi di origine hutu», sottolinea Kris Berwouts consulente militare freelance per l’Africa dell’Est.

Il problema posto sembra essere una giustificazione della non disponibilità da parte di Kinshasa e MONUSCO di distruggere questo gruppo terroristico. Le popolazione che vivono nei territori controllati dalla FDLR sono brutalmente assoggettata a questi genocidari ed utilizzati come forza lavoro gratuita o riserva di reclutamento. Affermare un loro appoggio equivale a travisare la realtà di vittime a cui sono condannati questi civili.

Dal 1998 è totalmente fuori luogo parlare ancora di rifugiati hutu Ruandesi in Congo. La maggioranza di essi p ritornata nel loro Paese, godendo di un reinserimento nel tessuto socio economico estremamente doloroso per l’intera società del paese vittima dell’Olocausto africano. Le poche migliaia di hutu ruandesi rimasti in Congo sono composte dai combattenti del FDLR e dalle loro famiglie. Questa appartenenza ha fatto giustamente perdere il loro statuto di rifugiati. Molti di essi hanno ottenuto illegalmente la nazionalità congolese grazie alla corruzione delle autorità locali.

Le popolazioni congolesi hutu, sopratutto presenti nel Ituri, rischiano di subire una ingiusta stigmatizzazione etnica se associati alle FDLR. La loro appartenenza allo stesso gruppo etnico non si tramuta automaticamente in un supporto politico e logistico al gruppo terroristico. La semplificazione proposta da Kobler rischia di colpevolizzare ed esporre questi cittadini congolesi sulla base di una appartenenza etnica anacronistica ed antitetica per la creazione di un moderno Congo basato sul federalismo, lo stato di diritto e la convivenza tra le 250 etnie che compongono il Paese. Le varie scuse poste da Kobler rappresentano un’apologia di reato in quanto continuare a parlare di hutu e tutsi equivale a mantenere vive le ideologie di base che ispirarono il genocidio del 1994, contrariamente ai principi delle Nazioni Unite.

Infine Kobler tentata di minimizzare il numero degli effettivi FDLR, asserendo che ammontino a circa 1.800 combattenti. Nel formulare questa stima ci si é dimenticati di 10.200 unità delle FDLR suddivise in due eserciti rispettivamente stazionati nel Nord e nel Sud Kivu e di 2.000 unità stazionate in Tanzania che nel settembre 2013 avevano il compito di aprire il secondo fronte di invasione del Rwanda. Vi è comunque da far osservare che la maggioranza di teorica imponente forza militare è composta da giovani reclute spesso forzate che non  sono certamente motivate a sostenere uno scontro con un esercito professionale quale quello ruandese.

Un altro serio ostacolo per l’eliminazione delle FDLR è rappresentato dalla loro alleanza militare ed economica con il Governo congolese e la Famiglia Kabila. Lo stesso esercito regolare, che dovrebbe guidare la campagna militare contro le FDRL, è impossibilitato a farlo in quanto il gruppo terroristico è stata l’unica forza a combattere in prima linea contro il M23. Gli accordi segreti stipulati tra il Governo tanzaniano e le FDLR tra il giugno e il luglio 2013 impediscono una credibile offensiva da parte della brigata d’intervento MONUSCO, impedimento aggravato dalle partigiane simpatie alle ideologie razziali naziste HutuPower di cui Kobler e altri esperti ONU sono mentalmente prigionieri. La neutralizzazione delle FDLR significherebbe la perdita di un socio commerciale per la Famiglia Kabila che assicura annualmente profitti per circa 26 milioni di dollari tramite la vendita illegale delle materie prime presenti nelle aree sotto il suo controllo.

Nonostante gli accordi di pace firmati a Nairobi la crisi congolese sembra non essere stata risolta. I principali gruppi armati, M23 e FDLR, continuano a detenere le sorti regionali e sono entrambi validi strumenti per le logiche geo strategiche della ripresa guerra fredda tra Francia e Stati Uniti. Gli unici due fattori che potrebbero invertire questa situazione provengono dal Mary Robinson, Inviato Speciale ONU per la Regione dei Grandi Laghi e dal Sud Africa, entrambi coscienti che mantenere in vita le FDLR comporterebbe un prezzo troppo alto da pagare: una guerra  regionale.

La firma dell’accordo è stata effettuata a Nairobi approfittando della presenza dei Capi di Stato interessati per presenziare alla cerimonia del Cinquantesimo Anniversario dell’Indipendenza, secondo la versione ufficiale. In realtà la scelta di Nairobi è stata effettuata per permettere al Presidente congolese di salvare la faccia dinnanzi alla opinione pubblica interna non firmando gli accordi a Kampala considerata la promotrice della ribellione. Gli accordi a Nairobi sono anche serviti per donare una immagine internazionale di mediatore e promotore della pace al Presidente Uhruru Kenyatta, sotto porcesso presso il Tribunale dell’Aia con pesanti accuse di crimini contro l’umanitá commessi durante le violenze post elettorali del 2007.

Fulvio Beltrami

Kigali Rwanda
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