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La popolazione di Juba si rifugia presso le Nazioni Unite

La popolazione di Juba si rifugia presso le Nazioni Unite

 

Juba, domenica 15 dicembre, tre del mattino. Gli abitanti della capitale sono svegliati da intensi combattimenti attorno alle principali caserme dell’esercito: Hay Geyada (in centro città) e Bilpam (nella periferia). In meno di mezz’ora i kalashnikov cedono il passo all’artiglieria pesante e ai carri armati.

Per oltre quindici ore la capitale si è trasformata in un immenso campo di battaglia dove le forze leali al Presidente Salva Kiir cercano di resistere alla parte dell’esercito che ha aderito al colpo di stato, facendosi assorbire dal vortice di una feroce carneficina, alimentata dall’odio etnico tra le due principali tribù del paese: i Dinka (la tribù del Presidente) e i Nuer (quella del ex Presidente Riek Machar).

Combattimenti all’ultimo sangue senza quartiere. Affilate lame di coltello aprono le gole dei prigionieri sul campo di battaglia. Gli urli tribali diventano assordanti nel tentativo di incitare a maggior massacri e all’annientamento totale e definitivo del nemico, coerentemente alla atavica ferocia dei guerrieri sudanesi ben conosciuta dall’Impero Britannico che li arruolava nei suoi reparti d’élite delle truppe coloniali.

I civili rimangono chiusi nelle loro misere case, topi in trappola. Dopo la battaglia sanno che seguiranno i furti, i saccheggi, i stupri collettivi. Loro non sono altro che bottino del vincitore proprio come ai tempi della dominazione araba a cui sono sfuggiti con l’indipendenza. Ora non sono gli arabi del nord Sudan a mettere fine alle loro vite, ma i loro fratelli con cui hanno condiviso dolori e lutti della lunga guerra di liberazione da Khartoum. Una maledizione voluta quasi scientificamente per spezzare ogni sogno di pace, progresso. Ogni speranza di vivere da esseri umani di cui i sud sudanesi necessitano più del sorgo e dell’acqua. Un scenario già previsto dagli arabi di Khartoum che ora cinicamente sorridono, bevendo tè caldo.

La sede centrale della missione di pace ONU in Sud Sudan, Jebel Kujur viene invasa da oltre 2000 civili in cerca di protezione costringendo i Caschi Blu ad accoglierli e donare assistenza umanitaria.

L’Ambasciata degli Stati Uniti a Juba fa scattare l’allarme rosso. Primi obiettivi proteggere i cittadini americani ma sopratutto comprendere quali dei due opposti schieramenti otterrà la vittoria.

L’esercito ugandese in protezione della loro Ambasciata è in allerta. Si attende l’ordine dal Presidente Yoweri Museveni di intervenire nei combattimenti. Ordine mai giunto.

Molti cittadini ugandesi cadono vittime dei combattenti. Corpi di imprenditori e prostitute giacciono semi nudi nella strada. Un autobus pieno di passeggeri proveniente da Kampala cade vittima dei combattimenti. L’autista, in un disperato tentativo di sottrarsi alla morte, riesce ad allontanarsi. L’autobus é crivellato di colpi ma i passeggeri illesi. Un miracolo.

Il dolore e la sofferenza della comunità ugandese a Juba viene insultato da un comunicato ufficiale Del Ministro degli Affari Esteri, Okello Oryem: «Non vi sono rapporti di connazionali ugandesi vittime della battaglia a Juba».

I nostri connazionali sono privi di luce, con scarse scorte di acqua e cibo ma al sicuro. Sono per lo più giovani cooperanti di alcune Ong; OVCI La Nostra Famiglia, CESVI, Intersos giunti in Sud Sudan per aiutare la popolazione e per sottrarsi da disoccupazione e miseria in Italia. La prima ondata di profughi economici europei in Africa, ancora inconsapevole del loro status.

Alle tre del pomeriggio di lunedì 16 dicembre il Presidente Salva Kiir compare alla televisione di Stato: South Sudan TV (SSTV). Ha abbandonato il giacca e cravatta nere e il suo capello da cowboy del Texas, regalo personale del ex Presidente americano George Bush. Veste una divisa militare consona alla gravità della situazione.

«Un gruppo di soldati fedeli al ex Vice Presidente Riek Machar hanno tentato un colpo di stato attaccando il quartiere generale dell’esercito presso l’Università di Juba. I combattimenti sono durati fino a stamattina. Ora il governo ha il pieno controllo della situazione e il colpo di stato é fallito. Riek Machar è il profeta della distruzione che ha fallito nel tentativo di apportare l’Apocalisse alla nostra nazione. Il SPLM è determinato ad assicurare pace e democrazia al Sud Sudan e non si piegherà a nessuna forza che vuole abbattere la libertà con l’uso della forza», recita il comunicato Presidenziale immediatamente seguito dall’annuncio del copri fuoco: dalle sei della sera alle sei del mattino.

Sconfitte le forze golpiste l’esercito passa immediatamente al contrattacco, decapitando le menti dell’insurrezione ancora presenti nella capitale. Scattano gli arresti firmati dal Presidente Kiir, al settimo cielo per l’inaspettata opportunità di liberarsi di oppositori politici con la facile accusa di alto tradimento.

Il Generale Chuang Aluong ex Ministro degli Interni, Majak D’Agoot ex Vice Ministro della Difesa, i Generali Oyai Deng e Cirino Iteng, vengono arrestati e detenuti in luoghi segreti.

Del Vice Presidente Machar e del ex Segretario del partito SPLM Pagan Amum non vi è traccia. Spariti molto probabilmente dopo aver compreso il fallimento dell’operazione.

Le sorti del Generale Alfred Lado Gore del ex Ministro dell’Ambiente Chol Tong Mayayu del ex Governatore del Unity State Taban Deng Gai e dell’Ambasciatore Ezekiel Gatkouth rimanono incerte. Fonti non confermate parlano di esecuzioni extra giudiziarie.

La popolazione teme l’attivazione di una pulizia etnica rivolta contro i cittadini di origine Nuer, che stanno fuggendo dalla capitale come misura preventiva.

«Ora che a Juba ha vinto Kiir i Nuer sono in pericolo di morte perché il Presidente gode nello sterminare i Nuer. Attenzione caro Salva Kiir. Questa volta è arrivato il momento della tua fine», scrive su Facebook un attivista dell’opposizione sud sudanese, Yunnis Kai Dak.

Il tentativo di colpo di stato non rappresenta una novità per gli esperti regionali. Lo si attendeva fin dal luglio 2013 quando il Presidente Salva Kiir concedò il Vice Presidente Riek Machar e sciolse il Governo. Un primo tentativo di colpo di stato fu sventato agli inizi dell’anno quando 147 generali furono sollevati dai loro incarichi.

Dopo il colpo di stato istituzionale effettuato dal Presidente Salva Kiir nel luglio 2013, Machar aveva deciso di non innescare la guerra civile, pur controllando quasi il 80% dell’esercito. Scartando l’uso della forza aveva preferito lanciare un monito: «Il Sud Sudan non può tollerare ancora a lungo la dittatura di un solo uomo. Per questo ribadisco la mia ferma intenzione a presentarmi come candidato alle elezioni Presidenziali che si terranno nel 2015».

Cina, Canada, Norvegia, Svizzera, Gran Bretagna, Stati Uniti, Etiopia, Uganda e Kenya, tutti paesi con immensi interessi economici nella neo nata nazione africana, erano stati colti dall’apprensione e dalla paura dello scoppio di una guerra civile tra i Dinka del Presidente Salva Kiir e i Nuer del Vice Presidente Riek Machar, attivando tutti i canali diplomatici possibili per evitarla.

La mossa politica del Vice Presidente ha funzionato in pieno permettendo di differenziarsi dall’atto irresponsabile di Salva Kiir, facendosi apprezzare dalla Comunità Internazionale, nonostante il suo passato di criminale di guerra e collaboratore del Regime di Khartoum durante la guerra civile tra nord e sud Sudan

Lo spargimento di sangue fu evitato da Machar nonostante che nel luglio scorso le condizioni era favorevoli. Nella capitale erano stazionati i reparti Nuer dell’esercito e il Presidente Salva Kiir era fuggito in Etiopia dopo aver dismesso il Vice Presidente e il Governo. Machar scelse di non far sprofondare il paese in un conflitto clanico rinviando la destituzione di Slava Kiir all’esito elettorale del 2015.

Il colpo di stato istituzionale di Salva Kiir del luglio 2013 ha accelerato la frammentazione del partito al potere, il SPLM entrato in una lenta agonia politica, causata dal cancro del nepotismo e dell’appartenenza etnica clanica.

Per quattro mesi le due fazioni rivali si sono attenute allo scontro democratico. La prima (quella di Kiir) accusando la seconda (Machar) di incompetenza gestionale e corruzione e viceversa.

L’escalation della crisi è giunta il 6 dicembre 2013 quando una fazione del partito ha pubblicato un manifesto di accusa contro il Presidente. «Il Generale Salva Kiir intende formare un suo partito politico collegato al National Congress Party del Nord Sudan per completare il tradimento alla lotta di liberazione. Intende inoltre formare un suo esercito privato utilizzando la Guardia Presidenziale. Salva Kiir con i suoi atti dittatoriali sta distruggendo l’unità e il benessere del Paese permettendo infiltrazioni nell’esercito e nel partito di elementi nordisti del NCP. Il SPLM non è più in grado di funzionare causa i continui boicottaggi e paralisi burocratiche. Il Sud Sudan languisce nella più devastante corruzione, inneficacia pubblica, mancanza di giustizia sociale e progresso economico. Ora più che mai il paese necessita di un radicale cambiamento”, recita il comunicato firmato da Riek Machar, dall’ex Segretario del SPLM Pagan Amum, e da due importanti membri di partito: Deng Alor e Rebecca Nyandeng.

Le reazioni del Governo sono state immediate. Il nuovo Vice Presidente Wami Igga, appartenente al clan di Kiir e noto ossesso sessuale e promotore di festini orgiastici pagati con il denaro pubblico, aveva avvertito i firmatari del documento, denominati la “banda di Machar” di gravi conseguenze nel incitare alla rivolta armata e al caos in continuità con il tradimento commesso dal Dr. Machar nel 1991.

Riek Machar nel 1991 si scontrò con l’ex leader del movimento John Garang sulla condotta della guerra e sui principi base della politico del SPLM, creando nel 1994 il SSIM/A (South Sudan Independence Mouvement/Army), grazie al supporto finanziario del Governo di Khartoum. Il SSIM/A si scontrò contro il SPLM fino al 1999 quando fu ristabilita la pace tra Machar e Garang.

Un giorno prima del colpo di stato il Presidente Salva Kiir aveva dichiarato durante una riunione straordinaria del partito di essere in grado di salvaguardare l’unità del SPLM definendo Riek Machar un traditore della nazione e annunciando che l’inchiesta svolta contro l’ex Segretario del partito Pagan Amum si stava per concludere, con gravi capi di imputazione.

La dichiarazione del Presidente conteneva messaggi chiari all’opposizione interna del partito ed é stata considerata il preludio ad una violenta epurazione di quadri che ha spinto il gruppo fedele a Machar a tentare il colpo di stato. Solo la Chiesa Cattolica e le Nazioni Unite, grottescamente, avevano scambiato il messaggio di Kiir come un auspicio a risolvere le differenze tramite il dialogo e un rafforzamento dell’unità nazionale.

In queste ore le forze fedeli al Presidente pattugliano i punti nevralgici della capitale. Il fallimento del colpo di stato è stato causato da un errore tattico fondamentale: aver atteso troppo tempo per eseguirlo. Dal luglio scorso si è assistito ad un cambiamento delle forze armate stazionate nella capitale dove i reparti Nuer fedeli a Machar sono stati progressivamente ridotti ed inviati negli altri Stati del Sud Sudan, sostituiti con reparti Dinka fedeli al Presidente. Nonostante che il colpo di stato fosse ben organizzato a livello militare la superiorità numerica dei reparti Dinka ha prevalso su quelli Nuer. Ombre gravano sul Presidente rafforzando le accuse di complotto con Khartoum. Tra i reparti fedeli che hanno sventato il golpe si è notata la presenza di soldati arabi di tribù frontaliere con il nord incapaci di parlare le lingue bantu e l’inglese. Probabilmente dei mercenari.

Juba è sotto controllo, l’ordine ripristinato continua ad affermare il governo a radio e televisione. Ma fonti delle Nazioni Unite riferiscono che nella tarda mattinata di oggi sono ripresi gli scontri e la situazione è ancora incerta.

Di parere contrario la testimonianza su Facebook di Irene Panozzo cooperante a Juba. «Io e i colleghi stiamo bene ma ci sono ancora molti scontri a fuoco in cittá. La situazione è tutt’altro che sotto controllo. L’aereoporto è ancora chiuso e quindi per ora siamo bloccati qui».

«Si tratta di gruppi di golpisti isolati che stanno resistendo o aprendosi una via di fuga. Il golpe è fallito. E’ naturale che l’aereoporto sia rimasto chiuso. La situazione è sotto controllo ma si rischia la guerra civile», fa contro eco un esperto militare ruandese interpellato per un parere.

Osservatori militari ugandesi sono restii a individuare Riek Machar come l’ideatore del golpe. «La scelta politica di differenziarsi dal Presidente Salva Kiir, non innescando la guerra civile ma attendendo la competizione democratica del 2015 era risultata vincente. Il Dr. Machar stava raccogliendo supporti dai paesi africani e dai paesi occidentali. Se ha ordinato il golpe significa che ha perso il lume della ragione. Il che, conoscendolo personalmente, è improbabile. La situazione gli è sfuggita di mano. Elementi come Pagan Amum e i Generali Alfred Lado Gore e Chuang Aloung devono aver bruciato le tappe sentendosi il cappio di Kiir stringere attorno al loro collo», afferma a titolo personale un generale ugandese contattato telefonicamente.

Dopo il fallito Golpe la situazione in Sud Sudan resta critica. Lo scoppio di una guerra civile su basi etniche è ora una forte probabilità. Salva Kiir è intenzionato a mantenere il potere per la sopravvivenza del suo clan, mentre Machar considera il posto di Presidente come un diritto acquisito. La possibilità di assumere l’ambito ruolo di Capo di Stato vincendo la tornata elettorale è definitivamente sfumata. Riek Machar è stato accusato di alto tradimento e un ordine di arresto è stato firmato stamattina dal Presidente Kiir in persona.

In questo momento la maggioranza dei reparti Dinka sono impiegati nella difesa della capitale lasciando ai reparti Nuer il controllo della maggioranza del paese. Riek Machar potrebbe decidere di attivare una mossa a tenaglia isolando il Presidente dal resto del paese e ponendo Juba sotto assedio.

Gli sviluppi dei prossimi giorni verso una guerra civile dipendono dalle alleanze e dalle convenienze politiche regionali. Non è mistero che Salva Kiir ha perso l’appoggio di Uganda e Kenya a causa di forti divergenze economiche che hanno impedito agli imprenditori dei due paesi africani di prosperare nel Sud Sudan. Incerto è l’appoggio dell’Etiopia di cui imprenditori hanno condiviso la stessa sorte di quelli ugandesi e kenioti divenendo vittime della corruzione, soprusi, estorsione e rapine spesso terminate con la morte degli imprenditori.

Nel tentativo di assicurarsi l’alleanza dell’Etiopia, il Presidente Salva Kiir lo scorso agosto ha  firmato un importante accordo economico che prevede ingenti forniture di petrolio a basso costo per l’Etiopia in cambio di elettricità erogata dalla mega diga etiope in fase avanzata di costruzione grazie alla multinazionale italiana Salini Costruzioni SPA.

Questo accordo seppur di importanza strategica per l’Etiopia non rappresenta una assicurazione valida. Basta che Machar confermi il rispetto degli accordi firmati dal Presidente Kiir per permettere al Governo di Addis Abeba di poter cambiare il loro uomo a Juba.

Le sorti del paese sembrano essere tenute nella mani di Machar, dell’Uganda, Kenya ed Etiopia. Il Presidente Salva Kiir deve solo sperare di essere ancora considerato affidabile ed utile dalle potenze regionali, nonostante che la sua spavalderia e arroganza abbia incrinato amicizie di vecchia data. Persiste il dubbio che Salva Kiir sia ormai considerato  un ostacolo per l’espansionismo economico dei tre paesi africani. Se così fosse prepariamoci a redarre bollettini di guerra nella speranza che sia breve.

«Il problema di fondo del Sud Sudan, risiede nella totale mancanza di una capacità politica ed economica di gestire il paese. Gli attuali leader del Sud Sudan (Presidente incluso) sono solo abili a sfuggire dagli occhi indiscreti dell’opinione pubblica. Queste persone che osano chiamarsi leader, in meno di due anni sono riuscite a creare una corruzione, e pratiche non etiche ed immorali che hanno raggiunto livelli inauditi», spiegava il giornalista John Bith Aliap in un articolo comparso sul ‘South Sudan News Agency‘ il 12 novembre 2013.

Nel suo articolo Aliap indirettamente lancia un capo d’accusa verso l’occidente che ha optato verso la secessione del sud in netto contrasto con la visione politica di John Garang: un Sudan unito, federale e democratico. «Lasciate che se ne vadino questi negri. Si scanneranno tra di loro come hanno sempre fatto», fu il commento non ufficiale pronunciato dal Presidente sudanese Omar El-Bachir nel 2005. Un giudizio razzista che rischia di trasformarsi in realtà.

Titolo originale: Sud Sudan, la resa dei conti.

Articolo pubblicato su L’Indro il 17 dicembre 2013

http://www.lindro.it/politica/2013-12-17/112338-sud-sudan-la-resa-dei-conti

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