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Juba, 20 dicembre 2013, ore 10:00. L’esercito ugandese UPDF é parte attiva nel conflitto Sud Sudanese. Reparti aviotrasportati hanno preso il controllo dell’aereoporto e delle principali arterie della capitale Juba. I reparti d’elite del UPDF presenti presso la base militare di Yambio, nel Western Equatoria State, dopo aver sicurizzato lo Stato impedendo il sorgere di conflitti armati, stanno convergendo sulla capitale. Fonti diplomatiche informano che anche le tre divisioni preventivamente stanziate lungo i confini tra Uganda e Sud Sudan sono entrate nel vicino paese in preda alla guerra etnica. Lo Stato Maggiore ugandese smentisce categoricamente la notizia, preferendo parlare di un efficace operazione lampo per restaurare la pace e proteggere i connazionali intrappolati nell’inferno sud sudanese. Almeno 5 caccia supersosnici russi di ultima generazione in dotazione dell’aviazione ugandese sono decollati per assicurare l’appoggio aereo alla fantaria, coordinata non ufficialmente dalle forze speciali americane presenti anch’esse presso la base di Yambio nel quadro della lotta contro il movimento guerrigliero ugandese Lord Resistence Army guidato da Joseph Kony.

Il blitz militare ugandese é stata preceduto dall’evacuazione degli occidentali coordinata dai marines americani che sarebbero stati autorizzati dalla Casa Bianca a risposte letali in caso di minaccia diretta a loro o ai cittadini occidentali.

Ci giungono rassicurazioni di cooperanti della Ong Intersos in Sud Sudan che a titolo privato affermano di essere al sicuro in attesa delle procedure di evacuazione come del resto tutti i connazionali impiegati nelle altre Ong italiane presenti nel paese.

Anche tutti gli espatriati delle multinazionali petrolifere cinesi e malesiani operanti nel Unity State sono stati evacuati a causa di violentissimi scontri delle due fazioni avverse per il controllo dei giacimenti.

I segnali dell’intervento militare dell’Uganda erano presenti fin da mercoledì 18 dicembre quando dinnanzi a questa escalation del conflitto che mina profondamente la stabilità regionale già duramente messa alla prova dai conflitti in Repubblica Centrafricana  e in Congo, Nazioni Unite, Gran Bretagna, Norvegia e Stati Uniti (attori principali degli accordi di pace tra nord e sud del 2005) hanno affidato all’Uganda la mediazione del conflitto Sud Sudanese.

L’obiettivo era quello di fermare la guerra etnica in atto alimentata dalla storica ferocia dei guerrieri sud sudanesi che per cultura militare non prevedono prigionieri ma l’annientamento totale del nemico e della sua popolazione.

L’intervento ugandese era ormai obbligatorio visto l’escalation del conflitto registratasi da martedì scorso.

Le forze dell’esercito rimaste fedeli al Presidente Salva Kiir erano riuscite a sventare il colpo di stato controllando da lunedí 16 dicembre la capitale del Sud Sudan dove i combattimenti sono terminati. Il Governo aveva invitato i commercianti a riprendere le normali attività commerciali. La popolazione rifugiatasi presso il quartiere generale UNMISS a Juba era stata invitata a ritornare alle proprie abitazioni. Il Governo assicurava di essere in grado di provvedere alla sicurezza degli abitanti.

Se Juba sembrava timidamente ritornare alla normalità le forze leali al ex Vice Presidente Riek Machar stavano attuando una manovra a tenaglia nel resto del paese. Martedì 17 dicembre il Generale Peter Gadget Yaak, fedele a Riek  Machar, ha lanciato un attacco contro il campo militare di Mulual-chaat nelle prossimità del capoluogo dello Stato di Jongley: Bor. Il campo militare ha funzione di coordinazione dei vari reparti del SPLA presenti nello Stato.

Dopo aver conquistato il campo militare le forze ribelli si sono divise in due colonne. La prima ha conquistato la capitale dello stato: Bor e la seconda ha conquistato la località di Pakuau, che controlla lo strategico asse stradale Juba – Pibor. Ora gli scontri si stanno concentrando sulle verso le cittadine di Malou e Leng-guet, ultimi bastioni in mano ai soldati governativi. La notizia della disfatta subita nello Stato di Jongley é stata confermata dai soldati regolari che hanno abbandonato le postazioni dopo una strenua resistenza e dal portavoce dell’Esercito Philip Aguer.

Il Generale Peter Gadget Yaak ha condotto una lunga guerra contro il governo del Sud Sudan prima del suo reintegro presso l’esercito regolare del SPLA nel 2012, dove coordinò le operazioni militari contro il generale ribelle David Yau Yau appartenente alla etnica Murle.

Lo Stato del Jongley é stato teatro di violenti scontri etnici tra le etnie Lou Nuer e Murle che tra il 2012 e il 2013 hanno causato la morte di oltre 4000 civili e mezzo milione di sfollati. Le ultime offensive governative attuate lo scorso maggio hanno preso un carattere etnico. I soldati regolari e i caschi blu dell’ONU avrebbero armato e coordinato le milizie Lou Nuer supportando i loro attacchi etnici contro la comunità Murle.

Gabriel Ajak, capo dei servizi segreti Sud Sudanesi mercoledì 18 dicembre informava il quotidiano Sudan Tribune che le forze leali al Presidente si stanno riorganizzando presso il distretto di Kolnyang a 25 km dalla perduta base militare dello Stato di Jongley per lanciare una contro offensiva contro i ribelli.

La contro offensiva per riprendere il controllo dello importante Stato é stata fermata il giorno successivo a causa dei violenti combattimenti scoppiati presso la strategica città di Torit, nel Eastern Equatoria State e presso i pozzi petroliferi di Thar Jath, nel Unity State. Al momento non si hanno notizie su chi effettimanete controlla questi strategici giacimenti petroliferi.

Nello Stato di Warrap l’esercito governativo ha attuato misure preventive per contrastare eventuali tentativi di ribellione, arrestando già da lunedì scorso varie autorità amministrative e militari tra cui il Segretario Generale del SMPL Warrap: Deng Deng Nhial. Notizie non confermate parlano di un imminente offensiva delle forze ribelli con l’obiettivo di conquistare lo Stato di Warrap. Necessità strategica per le forze di Riek Machar al fine di impedire rinforzi provenienti dalla comunità Dinka del conteso Stato di Abyei.

L’obiettivo delle forze ribelli fedeli al Dr. Machar é quello di isolare economicamente e fisicamente la capitale Juba, attuando un assedio teso ad affamare la popolazione che vive esclusivamente dei prodotti alimentari provenienti da Kenya e Uganda, già bloccati dai due paesi vicini assieme ai rifornimenti di carburante. L’assedio di Juba é necessario per costringere il Presidente Salva Kiir a dimettersi per evitare un bagno di sangue.

In un intervista esclusiva al quotidiano Sudan Tribune, l’ex Vice Presidente Riek Machar mercoledì 18 dicembre  nega ogni coinvolgimento nel tentativo di colpo di stato contro il Governo di Salva Kiir. Machar dichiara illegittimo l’attuale Presidente.  Nell’intervista il Dr. Machar spiega che le false accuse rivoltegli dal Presidente Salva Kiir sarebbero uno stratagemma per bloccare il processo democratico all’interno del partito (SPLM) e della Nazione.

Salva Kiir non é più’ un Presidente legittimo. Esigiamo una democratizzazione all’interno del SPLM bloccata da Salva Kiir che ora ci accusa di aver organizzato un colpo di stato per sbarazzarsi dell’opposizione. Queste accuse ci spingono a dichiarare che Salva Kiir non é più il Presidente del Sud Sudan. Salva Kiir é inoltre responsabile del tentativo di pulizia etnica in atto presso la capitale”, dichiara il Dr. Machar al quotidiano Sud Sudanese.

Il Presidente Salva Kiir, smentite le voci di una sua fuga in Etiopia, si trova in forti difficoltà.. Potendo contare solo sul 20% dell’esercito appartenente alla sua etnia: i Dinka (il resto é in mano all’etnia Nuer, quella del Dr. Machar), ha limitate possibilità di contro offensive militari. La maggioranza delle forze leali al Presidente sono concentrate in difesa della capitale. Meno di 10.000 uomini stanno disperatamente tentando di contenere i focolai della ribellione sparsi nel paese. Compito di difficile attuazione militare secondo osservatori dell’esercito ruandese.

Anche la difesa di una capitale assediata é praticamente impossibile. Le scorti di valuta pregiata e di carburante sono pressoché inesistenti essendo state allegramente prosciugate da Salva Kiir, la sua famiglia e dal suo clan durante il 2013.

Secondo varie testimonianze truppe mercenarie del Nord Sudan averebbero partecipato alla battaglia di Juba in difesa del Presidente che starebbe attivando intensi colloqui con la controparte Sudanese Omar El-Bachir affinché metta a disposizione le  milizie arabe necessarie per sconfiggere le forze ribelli Nuer, in cambio di un accordo conveniente sullo Stato di Abyei.

Una mossa disperata. L’entrata in conflitto delle sanguinarie milizie arabe responsabili di genocidio in Darfur sarebbe la pietra tombale per il Presidente Salva Kiir.  Da Khartoum non giunge nessuna reazione se non un diplomatico augurio che la crisi sud sudanese si risolva pacificamente al più presto. Pur assicurando che gli accordi di pace tra i due paesi non subiranno conseguenze, colonne di milizie arabe starebbero convergendo sullo Stato di Abyei per ridurre al silenzio la comunità Dinka che lo scorso novembre aveva indetto un referendum per l’annessione al Sud Sudan non riconosciuto da Khartoum, Juba, Unione Africana, Nazioni Unite, Cina e dalle potenze occidentali.

La debolezza politica e militare sul campo ha spinto il Presidente Salva Kiir a dichiararsi disponibile a dei colloqui con il suo principale rivale. La risposta del Dr. Riek Machar é giunta attraverso le onde radio di RFI (Radio France International): ““Mi appello al partito e all’esercito affinché rimuovano Salva Kiir dalla guida del paese”.

Il bilancio ufficiale delle vittime fornito dal governo, 700 morti, é stato sconfessato dalla Ong Americana Human Rights Watch che afferma l’inizio delle operazioni di pulizia etnica effettuate su tutto il territorio nazionale da entrambe le parti in conflitto. Sarebbero già  un migliaio i Dinka e i Nuer trucidati barbaramente a colpi di “Bandak” un bastone spacca testa e di machete. Vecchi, donne e bambini sono tra le principali vittime e il loro numero é destinato ad aumentare. Human Rights Watch trova conferma nelle testimonianze oculari di cittadini sud sudanesi e ugandesi raggiunte telefonicamente grazie al ripristino delle comunicazioni nel paese.

Ieri il Presidente Yoweri Museveni aveva  assicurato di essere in grado di ripristinare la pace nel vicino Sud Sudan, attivando gli Stati della East African Community al fine di trovare una soluzione alla crisi sud sudanese, utilizzando la ormai incontrastata supremazia politica e militare che l’Uganda detiene sulla regione. Un meeting straordinario doveva essere convocato in  48 ore, secondo la volontà del Presidente ugandese.

La situazione in Sud Sudan sta creando negative ripercussioni sull’economia dell’Uganda e sulla stabilità regionale. Sara compiuto ogni sforzo possibile per convincere le due parti belligeranti a sedersi al tavolo dei negoziati”, afferma il portavoce ministeriale Fred Opolot.

Il ruolo di mediazione affidato al Presidente Yoweri Museveni é stato fin dall’inzio una mascherata concordata con le Nazioni Unite e le potenze occidentali. In realtà l’Uganda ha tentato di fare enormi pressioni sul Presidente Salva Kiir affinché si dimettesse. In caso contrario l’esercito ugandese sarebbe entrato  attivamente nel conflitto. Salva Kiir dal 2012 ha perso l’appoggio di Museveni, nonostante che i due leader sono i mandatari della morte del leader storico del SPLA John Garang avvenuta nel luglio del 2005 ”. Dure sono le accuse fatte da un analista politico e docente presso l’Università Makerere a Kampala.

Il Presidente Museveni é parte attiva del colpo di stato attuato da dei generali vicino al ex Presidente Riek Machar con l’obiettivo di costringerlo ad abbandonare la sua politica di attesa delle elezioni presidenziali del 2015. Un team di ministri e generali dell’esercito ugandese ieri erano stati inviati d’urgenza a Juba per attuare colloqui a porte chiuse con l’attuale Governo Kiir. Secondo alcuni osservatori politici regionali i colloqui erano tesi a convincere il Presidente Sud sudanese a dimettersi sotto la promessa di un esilio in paese terzo. Il blitz militare di oggi é l’evidente prova che questi colloqui sono falliti e della volontá del Presidente Salva Kiir di rimanere al potere a tutti i costi”.

 

Ufficialmente l’intervento ugandese é stato richiesto dal Governo di Juba ma nei corridoi del potere ugandese il Presidente Salva Kiir, viene già definito un “dead man” (un uomo morto).

Anche il casus bellis era  pronto. Dall’inizio della crisi i media ugandesi sono concentrati sulla sorte del 1,5 milioni di cittadini ugandesi presenti nel Sud Sudan ed intrappolati nei combattimenti. Ormai si contano a decine le vittime ugandesi e keniote e a centinaia i feriti. Centinaia di loro stanno fuggendo dal paese in autobus scortati dalle forze governative. Almeno duemila kenioti e ugandesi avrebbero preferito raggiungere a piedi la frontiera con l’Uganda scegliendo di affrontare i rischi del pericolosissimo viaggio piuttosto che affidarsi alla protezione delle truppe fedeli al Presidente, per paura di essere derubati e trucidati.

La sorte dei cittadini ugandesi intrappolati nell’inferno del Sud Sudan suona altamente ipocrita. Il Governo ugandese non sta attuando per il momento alcuna operazione di evacuazione. Si é perfino sbagliato nel fornire il numero del Consolato a Juba (l’Ambasciata é stata chiusa) donando il prefisso internazionale di Khartoum al posto di quello di Juba. Si ha la netta impressione che i cittadini ugandesi intrappolati siano serviti come pretesto per un eventuale intervento militare e che non vi sia alcuna seria intenzione del Governo di Kampala di prestare loro soccorso. L’evacuazione di 150 civili ugandesi effettuata oggi all’aereoporto di Juba é un vergognoso atto simbolico”.

Allo stato attuale della situazione in Sud Sudan i margini di negoziazione sono pressoché inesistenti e le dimissioni del Presidente Salva Kiir rappresentano l’unico atto che possa fermare una terribile guerra etnica ormai già in stato avanzato di esecuzione. Una ipotesi confermata anche da un responsabile della Ong International Crisis Group: “Anche se si arrivasse ad un dialogo politico tra le parti, le profonde divisioni all’interno del partito SPLM e dell’esercito SPLA rendono impossibile ricucire le ferite. Se il conflitto continua si allargherà all’intera regione. L’Uganda ha investito troppi milioni di dollari dall’indipendenza che ora sono a rischio”.

Uganda e Stati Uniti non possono direttamente mettere al potere il loro uomo: Riek Machar. Cadrebbe la maschera di neutralità e di attori regionali della pace. Alle eventuali dimissioni di Salva Kiir (ancora possibili grazie alla pressione militare ugandese) seguirebbe un governo transitorio sotto esclusiva tutela ugandese in attesa di elezioni presidenziali anticipate dove ovviamente Riek Machar riporterà la vittoria democraticamente.. La crisi del Sud Sudan é un inaspettato regalo di Natale per Museveni che proprio ora sta lanciando il suo progetto ventennale di PAX Ugandese nella regione. Il Sud Sudan é il primo laboratorio del progettato dominio militare ugandese in Centro Africa”, spiega il professore universitario durante colloquio telefonico.

Dopo l’intervento militare l’Uganda si deve assicurare l’alleanza o la neutralità di Etiopia e Cina, i principali attori economici del Sud Sudan. Notizie non confermate affermano che il Dr. Riek Machar ha assicurato i due paesi che tutti gli accordi economici presi dall’attuale Presidente saranno rispettati nel futuro indipendentemente da chi guiderà il paese. Una opposizione di Etiopia e Cina potrebbe salvare il Presidente Salva Kiir all’ultimo momento, prolungando peró l’instabilitá e la guerra etnica nel paese.

Cruciale nel piano di Pax Ugandese sarà anche la posizione dei vari clan che compongono l’etnia Dinka. Intense trattative non ufficiali sono in atto da parte ugandese per convincere la maggioranza dei leader Dinka a non sacrificarsi per salvare Salva Kiir che, in questi due anni di mandato, ha favorito solo il suo clan. La soluzione proposta é quella di assicurare l’incolumità dell’etnia e la sua partecipazione sia al governo transitorio che al governo eletto democraticamente. Assicurazioni già fatte dallo stesso Riek Machar nel luglio 2013 quando fu estromesso dal potere.

I leader militari e politici Dinka si trovano ora in un dilemma vitale: riconfermare la loro lealtà al Presidente lottando disperatamente nella speranza di vincere con gravi rischi in caso di sconfitta o abbandonarlo alla sua sorte? La scelta sembra quasi scontata poiché sconfitta in Sud Sudan significa sterminio etnico. Nonostante questa evidenza le ataviche logiche claniche della cultura Dinka potrebbero optare per la soluzione più illogica, compromettendo la sopravvivenza dell’etnia. Un nuovo Sud Sudan potrebbe sorgere da un genocidio distruggendo le speranze di pace e sviluppo che la popolazione ha nutrito nei lunghi venticinque anni di guerra civile contro il Sudan.

Fulvio Beltrami

Kigali Rwanda.

L’articolo e’ stato originalmente pubblicato su L’Indro il 20 dicembre 2013.

Titolo originale: Pax Ugandese sul Sud Sudan

http://www.lindro.it/politica/2013-12-20/112897-pax-ugandese-sul-sud-sudan#sthash.l1YbYSht.dpuf

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