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Never Again Per ricordare il Genocidio Ruandese.

Il 24 marzo 1957 viene pubblicato un documento di dodici pagine dal titolo: “Note sull’aspetto sociale del problema razziale indigeno nel Rwanda”. Il documento e’ conosciuto  come il Manifesto Bahutu di cui si puó trovare la sua riproduzione in formato PDF.

A redigerlo sono nove intellettuali hutu: Maximilien Niyonzima, Grégoire Kayibanda, Claver Ndahayo, Isidore Nzeyimana, Calliope Mulindaha, Godefroy Sentama, Sylvestre Munyambonera, Joseph Sibomana e Jouvenal Habyarimana.

Questi intellettuali sono tutti dei “cristiani impegnati”. Alcuni di loro studiano presso il seminario di Kigali per divenire preti, Kayibanda e Niyonzima sono i redattori del giornale ufficiale della chiesa: Kinyamateka (unico organo di stampa permesso in Ruanda dall’amministrazione coloniale) e Milindabi e’ il segretario al vescovato di Kabgayi e il direttore dell’Azione Cattolica in Ruanda. Il giornale Kinyamateka é stato recentemente riprodotto su Facebook in lingua Kenyarwanda. Approfittando del gap linguistico la pagina propaga odio etnico e incita al Genocidio.

Dietro le quinte la congregazione dei missionari belgi: i “Padri Bianchi” partecipo’ attivamente alla redazione del manifesto. I Padri Bianchi mascherarono il loro appoggio al Manifesto con la promozione di un’era di maggior giustizia e democrazia nella societa’ ruandese.

Le rivendicazioni del Manifesto Bahutu.

Il manifesto si basa sulla teoria “storica – etnica inventata dal colonialismo belga che individua i tutsi (i Ibimanuka – Discesi dal cielo)  come una popolazione nilotica proveniente dall’Egitto o dall’Etiopia che colonizzo’ il Ruanda schiavizzando la popolazione originaria del paese: gli Hutu (quelli trovati sul luogo).

Partendo da questa teoria, il manifesto rivendica un processo democratico del paese capace di metter fine alla dominazione aristocratica dei tutsi e al servilismo feudale di cui gli hutu erano costretti. Il manifesto dichiarava che il processo democratico del paese doveva necessariamente passare attraverso la promozione collettiva del popolo e l’emancipazione degli hutu che dovevano acquistare pieni diritti come i tutsi, senza pero’ rimpiazzare quest’ultimi creando un nuovo rapporto di dominio.

Le rivendicazione sociali e politiche del manifesto sono descritte nelle terza parte del documento e si strutturano in tre obiettivi principali:

1.     la promozione politica della maggioranza hutu (dissoluzione dei capi tradizionali e della monarchia tutsi e libere elezioni);

2.     la soluzione del problema razziale indigeno in Ruanda (un solo popolo senza differenze etniche);

3.     la riforma agrari (abolizione del servilismo feudale, introduzione della proprietà’ individuale dei terreni, instaurazione di un credito rurale per lo sviluppo agricolo del paese).

Il colonialismo tutsi peggio di quello europeo.

Il Manifesto Bahutu apparentemente contiene rivendicazioni progressiste e social democratiche ma in realta’ e’ il testo base per la supremazia razziale degli hutu sui tutsi. Tra le righe del documento si comprende che l’aspetto razziale indigeno in Ruanda e’ causato dal monopolio economico, politico e sociale dei tutsi.

Qualcuno si domanda se esiste veramente un conflitto sociale o se e’ un conflitto razziale. Noi pensiamo che queste riflessioni siano semplice letteratura. Nella realta e nel pensiero del popolo il problema non e’ sociale. Il problema risiede nel monopolio politico che i tutsi dispongono. Un monopolio politico che, esaminando le attuali strutture esistenti, si trasforma in un monopolio economico e sociale dei tutsi che, con grande disperazione per gli hutu, condanna la maggioranza della popolazione a restare eternamente della mano d’opera subalterna.”

I leaders hutu firmatari del Manifesto

I leaders hutu firmatari del Manifesto

L’origine di questo dominio sulla maggioranza della popolazione, secondo il Manifesto, proviene dal colonialismo tutsi. Gli autori del documento, attraverso un’abile falsificazione storica, identificano gli hutu come vittime dei coloni tutsi. La tesi e’ sviluppata grazie alla teoria del “colonialismo a due fasi”. La prima sarebbe quella dei tutsi sugli hutu e la seconda sarebbe quella dei belgi sui ruandesi in generale.

Questi intellettuali cristiani fanno comprendere che la seconda fase del colonialismo ha salvato il paese. “Senza gli Europei noi saremmo stati condannati ad uno sfruttamento disumano e, tra i due mali bisogna scegliere il minore”, cioè il colonialismo europeo, “un colonialismo progressista e buono rispetto alla supremazia razziale dei nilotici”.

Il Manifesto attua una distinzione della popolazione ruandese della colonia belga. I dominati (hutu) e i dominatori (tutsi)  vengono raffigurati come due popolazioni etnicamente distinte. Volutamente questi “intellettuali” cristiani non si soffermano a riflettere come due etnie diverse potessero parlare la stessa lingua (il Kinyaruanda, lingua bantu), avere gli stessi usi e costumi e vivere perfettamente mischiati negli stessi villaggi e negli stessi quartieri urbani.

Come giustamente fa notare lo storico belga Bernard Lugan, il Manifesto Bahutu e’ un manifesto essenzialmente razziale. Un testo estremista poiché’ si basa sulla distinzione di due blocchi etnici ben distinti ed incita la maggioranza hutu a ribellarsi alla minoranza tutsi invece di parlare del popolo ruandese nel suo insieme.

Il contesto storico del Manifesto Bahutu.

Con la fine della Seconda Guerra Mondiale anche il potere coloniale belga comincia a sgretolarsi, sotto la spinta dei vari movimenti africani d’indipendenza che miravano allo smantellamento dei privilegi di sfruttamento europeo sul Continente.

Nel 1952 la tutela belga annuncia la preparazione di un piano decennale di sviluppo nel Rwanda e nel Burundi con l’obiettivo di preparare le due colonie africane all’indipendenza che poteva essere concessa solo a lungo termine.

L’opposizione più radicale in Rwanda contro il colonialismo belga era promosso dalla borghesia  tutsi che l’amministrazione aveva privilegiato per assicurare il suo dominio sul paese. Come in Burundi, anche in Rwanda, fu l’ex aristocrazia tutsi, divenuta piccola borghesia amministrativa, militare e commerciale, a guidare i sentimenti indipendentisti.

Il progetto di indipendenza della intellighenzia tusti non era basato sull’etnicità ma sul nazionalismo. Ogni ruandese (hutu o tutsi che fosse) aveva il diritto di gestire il proprio paese senza interferenze esterne, soprattutto se provenienti dalla ex potenza coloniale. L’indipendenza dal Belgio era un diritto per i ruandesi e non una gentile concessione da parte della potenza coloniale europea.

La piccola borghesia tutsi concordava con il governo belga sulla necessità a di un periodo di transizione all’indipendenza ma sulla base di precise condizioni: la fase non poteva durare più di due anni, il periodo doveva essere limitato al passaggio di consegne tra l’amministrazione belga e la futura amministrazione ruandese, a favorire la nascita di partiti ruandesi maturi ed, infine favorire le libere elezioni democratiche.

La reazione del Belgio, identica a quella di altre potenze coloniali dell’epoca quali Francia e Inghilterra, fu quella di appoggiare la creazione di forze politiche locali più moderate e disposte a collaborare con l’ex potenza coloniale una volta ottenuta l’indipendenza.

Costretto dagli avvenimenti, il colonialismo belga sostenne la creazione di forze politiche di espressione etnica facendo leva sugli hutu, la maggioranza povera e lontana dal potere. Il compito di creare una intellighenzia politica hutu fu affidato alla Chiesa Cattolica.

Il risentimento della maggioranza della popolazione verso le imposizione e le repressioni subite per decenni dai Belgi, venne abilmente incanalato verso i tutsi. Grazie al sostegno finanziario del movimento internazionale democratico cristiano, la Chiesa e il Belgio favorirono la creazioni di partiti unicamente “hutu” da contrapporre alla versione più radicale dell’indipendenza portata avanti da vari esponenti per la maggioranza tutsi ma anche alcuni hutu.

Il Manifesto Bahutu fu ideato dagli esperti del Vaticano per dotare questi partiti “hutu” di uno spessore ideologico pseudo rivoluzionario, che confondesse la loro politica basata sulla supremazia razziale, offrendo loro una maschera democratica e progressista.

Le dirette conseguenze del Manifesto Bahutu.

La conseguenza diretta di questo manifesto, apparentemente moderato, fu la distinzione netta tra hutu e tutsi che porto’ ad una radicalizzazione etnica della politica del paese.

Il Manifesto e’ da considerare come il punto di partenza dell’azione politica dei leader hutu che nulla ebbero ad invidiare ai loro omologhi nazisti.

Qualche mese dopo la pubblicazione del documento, alcuni tra i suoi autori fonderanno dei partiti politici etnici basati sull’odio razziale: Kayibanda fonderà il Movimento sociale muhutu che diventerà’ PARMEHUTU nel 1959. Habyarimana fonderà’ l’Associazione per la Promozione sociale delle Masse (APROSOMA). Nello stesso periodo iniziava la campagna per le elezioni amministrative che vide la supremazia del ceto politico hutu estremista che gestirà’ il potere per trenta lunghi e dolorosi anni.

LM4-02-1964

Durante la campagna elettorale i partiti tutsi si concentrarono sul diritto di autodeterminazione del popolo ruandese e la rivendicazione dell’indipendenza dal Belgio. Al contrario i pariti hutu si concentrarono contro il “colonizzatore di razza etiope” rivendicando l’espulsione di tutti i tutsi in Abissinia. Nel 1959 viene inaugurata la pulizia etnica che culmino’ nel genocidio del 1994.

Con queste premesse, la rivolta hutu del novembre 1959 (mascherata come rivolta contadina) assunse immediatamente una dimensione di pulizia etnica e fu il primo atto dei numerosi massacri perpetrati verso i tutsi dietro lo stimolo delle forze politiche che avevano sostenuto il riscatto della maggioranza oppressa: Belgio e Vaticano.

Centinaia di tutsi vennero massacrati durante la rivolta e 22.000 di essi vennero deportati in un campo di concentramento a Bugesera all’est del paese (all’epoca una area insalubre). All’indipendenza del Ruanda, nel luglio 1962, 120.000 tutsi erano stati costretti a fuggire dalla morte trovando rifugio nei paesi vicini.

Un tentativo di vendetta perpetuato da una minoranza di tutsi esuli in Burundi nel Natale del 1963 provoco’ la reazione del governo Bahutu nel gennaio 1964 che vide l’eliminazione di 100.000 tutsi e la decapitazione di tutta la leadership politica tutsi ancora presente nel paese.

Questa nuova ondata di pulizia etnica provoco’ un secondo esodo di 250.000 tutsi. In meno di due anni dall’indipendenza la meta’ della popolazione tutsi in Ruanda si trovava in esilio in Uganda, Burundi, Zaire e Tanzania.

Una nuova ondata di pulizia etnica fu attuata nel 1973 e culmino’ con la presa del potere (tramite colpo di stato) di Juvenal Habyrimana che da giovane aspirante prete era divenuto prima politico poi generale dell’esercito.

Di fronte a questa polarizzazione in Ruanda, la minoranza tutsi del vicino Burundi, riusci’ a prendere il controllo del paese grazie al fatto che l’esercito locale creato dai belgi era interamente nelle loro mani.

I tutsi al potere in Burundi riuscirono a respingere tre tentativi di colpo di stato ideati da genocidari hutu (appoggiati dal Ruanda) attraverso il massacro della élite hutu e di diverse migliaia di civili.

Nel corso dei decenni successivi all’indipendenza, questo Manifesto assumerà un ruolo di riferimento per gli hutu al potere e ulteriori elaborazioni ideologiche lo trasformeranno nel testo fondamentale di giustificazione razziale per le politiche di repressione della minoranza tutsi che culmineranno con la teoria del “Hutu Power” di Habyrimana degli anni ’70 e con il piano di “Soluzione Finale” ideato e attuato negli anni ’90. L’era razziale in Ruanda.

Il colpo di stato del 1973 permise a Habyrimana di portare al potere la fazione più estemista degli hutu: quella del nord, proveniente dalle prefetture di Gisenyi e di Ruhengeri. Gli hutu del nord si consideravano gli unici che non avevano subito il dominio tutsi.

Il nuovo regime gioco’ la carta etnica per isolare l’elite hutu del centro e del sud accusata di essere troppo “moderata” verso i tutsi. Le origini “etniche” furono registrate nelle carte di identità nazionali (come all’epoca dei belgi) e servivano per determinare l’accesso alla scuola, alla sanità’ e al mondo del lavoro attraverso il sistema di “quota razziale” che attribuiva ai tutsi il 9%.

Grazie alla copertura mediatica internazionale del Belgio e successivamente della Francia; grazie alla complicità del Vaticano e dell’Internazionale Democratica Cristiana, il regime razziale hutu in Ruanda riusci’ per trent’anni a far credere al mondo intero di essere un regime democratico.

Durante il periodo del partito unico, Habyrimana gioco’ sull’ambiguità’ della gestione del paese a favore della maggioranza. Durante l’apertura al multipartitismo gioco’ sull’ambiguità della volontà elettorale della maggioranza.

Per i cittadini occidentali e anche per qualche politico democratico cristiano in buona fede, entrambi ignoranti della dinamica razziale in atto nel paese, questa propaganda funziono’ perfettamente.

In codice  la gestione del paese a favore della maggioranza significava gestione del potere a favore degli hutu. La volontà elettorale della maggioranza era la volontà’ hutu visto che tutti i partiti in Ruanda erano su base etnica. I partiti misti (hutu e tutsi) venivano fortemente ostacolati attraverso l’eliminazione fisica dei loro leader.

In breve tempo Habyarimana trasformo’ il ceto estremista hutu in un famelico clan aggrappato al potere e allo sfruttamento delle risorse del paese, mascherando queste pratiche di arricchimento e la conseguente dittatura dietro l’ideologia del riscatto hutu, mentre la maggioranza della popolazione, in primis gli hutu, sprofondava nella miseria totale.

Grazie alla ex potenza coloniale, alla Francia e al Vaticano, il Ruanda conobbe trent’anni di dittatura a forte connotazione razziale. Questa dittatura conteneva molte similitudini con l’ideologia nazista del genocidio. Queste similitudini furono dimostrate nel 1994 durante i 100 giorni dell’orrore della Soah Africana.

Articolo pubblicato nel novembre 2010 su Dillinger.

http://www.dillinger.it/il-manifesto-bahutu-1957-lera-hutu-power-in-ruanda-53040.html

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