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NEVER AGAIN in memoria dei sopravvisuti all’Olocausto Ruandese

 

A distanza di sedici anni, l’odore dei cadaveri decomposti, i fiumi di sangue umano che hanno inondato la nostra fertile terra, gli occhi pieni di terrore delle vittime e quelli pieni di sadica follia omicida dei carnefici, mi perseguitano trasformando la mia vita in un eterno incubo. Nel sonno una visione si ripete all’infinito: la lama del machete che trancia la carne umana una volta, due volte, tre volte, mille volte. Quella lama di machete ha tranciato un intero popolo, lasciando ferite indelebili nei nostri cuori e condannando, noi sopravvissuti, a vivere nel ricordo, sentendoci colpevoli di essere ancora in vita”.

Testimonianza di un sopravvissuto al genocidio.

 

Preludio alla Shoah.

Durante gli anni ottanta il regime Hutu Power (Potere Hutu) di Habyariamana affronta una crisi economica e sociale senza precedenti che mette in evidenza tutte le contraddizioni tra la propaganda populista di supremazia razziale e il controllo politico di un ristretto gruppo mafioso composto da ufficiali dell’esercito e Akazuku (nome in kinyaruanda per definire uomini d’affari senza scrupolo), ai cui vertici risiedevano il Presidente, sua moglie Aghate Habyarimana e il suo clan degli Hutu del Nord.

Nello stesso momento si assiste nel paese all’emergere di una società civile composta da intellettuali e piccoli imprenditori che cominciano a denunciare la corruzione del governo e la  promozione dell’odio razziale per legittimare il saccheggio delle ricchezze del paese.

Nonostante gli arresti e le esecuzioni sommarie il movimento si rafforza e nell’agosto 1990 trentatré intellettuali hutu e tusti pubblicano un manifesto politico che rivendica la fine del partito unico di Habyariamana, il Movimento Rivoluzionario Nazionale per lo Sviluppo (MRND), il partito Hutu Power fondato da Juvenal Habyariamana basato sulla supremazia razziale con forte connotazioni naziste.

Il Manifesto Inter-etnico rivendica inoltre: la fine della divisione razziale, libere elezioni e la costruzione di una società giusta per tutti i ruandesi. Il manifesto mette in evidenza tutta la falsità della teoria dei due gruppi etnici distinti: hutu e tutsi, affermando che in Ruanda vive un solo popolo.

Questo movimento all’interno del paese é estremamente significativo per il suo carattere “multietnico” totalmente contraddittorio alla teoria governativa del “complotto tutsi”.

Ad ogni difficoltà riscontrata dal gruppo mafioso che detiene il potere in Ruanda, il regime razziale diffonde la teoria del complotto tutsi , un piano ideato da questa minoranza per conquistare il potere  instaurare una supremazia razziale sulla maggioranza della popolazione hutu. Il disastro economico e le tensioni sociali nel paese, secondo la propaganda governativa sono opere di sabotaggio dei tutsi per indebolire la “democrazia” e conquistare il potere.

Il complotto tutsi  all’epoca viene accettato da vari media cattolici occidentali che continuano tutt’ora a promuovere questa teoria del complotto dotata di fragile basi storiche.

Per la prima volta dalla pubblicazione del Manifesto Bahutu del 1957, hutu e tutsi rifiutano la divisione razziale e uniscono le loro forze in un progetto comune per un reale sviluppo del paese.

Durante lo stesso periodo la diaspora tutsi in Uganda subisce le dirette conseguenze della guerra civile in atto nel paese. Nel 1982 il regime di Milton Obote, Primo Presidente dell’Uganda dopo l’indipendenza, ordina una violenta persecuzione contro i rifugiati ruandesi in Uganda che costringe 45.000 persone a ritornare in Ruanda per venire rinchiusi in campi profughi , allestiti nelle prossimità del confine ugandese dal governo di Habyariamana che rifiuta la loro integrazione nel paese.

La politica ostile  ai rifugiati ruandesi rappresenta l’errore più grave commesso da Obote ed uno dei fattori principali che pongono fine al suo regime. Nel 1984 i rifugiati tutsi ritornano in Uganda e si uniscono al movimento guerrigliero di Yoweri Museveni, il National Revolutionary Army (NRA). La diaspora ruandese rappresentò il 20% delle truppe d’élite del NRA,  e contribuì alla presa del potere nel 1986.

Nel 1987 la diaspora ruandese fonda il Fronte Patriottico Ruandese, rivendicando il diritto di ritornare in Rwanda. Il FPR sviluppa un movimento nazionalista e progressista che prevede l’unione di tutti i ruandesi contro il regime di Habyariamana e la creazione di uno stato democratico.

Con l’aiuto di Museveni, dell’esercito ugandese e degli Stati Uniti il 01 Ottobre 1990 i Inkotanyi (uomini combattenti), come venivano definiti i guerriglieri del Fronte Patriottico Ruandese, lanciano un’offensiva militare in Rwanda a partire dalla frontiera con l’Uganda. L’offensiva nelle prime settimane incontra una debole resistenza da parte dell’esercito governativo, corrotto e demoralizzato.

Fu solo l’intervento di reparti d’élite degli eserciti Belga e Francese che riuscì a bloccare l’offensiva militare dei ribelli. Con la scusa di evacuare gli espatriati presenti in Rwanda, i soldati belgi e francesi si ingaggiarono in prima persona nei combattimenti al nord del paese in supporto delle Forze Armate Ruandese (FAR), l’esercito governativo, e di alcuni reparti inviati dal dittatore Zairese Mobutu Sese Seko, assicurando la sopravvivenza del regime di Habyariamana.

Di fronte alla superiorità militare dei belgi e dei francesi il FPR fu costretto a ripiegare nuovamente in Uganda.

Il governo di Habyariamana cercò di nascondere l’appoggio interno che ricevette l’offensiva militare del FPR cercando di dimostrare che si trattava di un’invasione dell’esercito ugandese associato a dei mercenari tutsi.

In effetti la società civile e l’opposizione interna al Ruanda, composta da hutu e tutsi, appoggiò attivamente questa offensiva militare nella speranza che essa fosse in grado di rovesciare il regime Hutu Power.

Intensi contatti precedettero l’offensiva del FPR, raggiungendo un accordo politico che prevedeva il pieno appoggio da parte dell’opposizione ruandese alla rivendicazione della diaspora tutsi in Uganda di ritornare nel paese  e la volontà da parte del FPR di formare un governo multi etnico composto da leader della diaspora e da leader dell’opposizione interna.

Nel giugno 1991 Habyariamana viene costretto a decretare la fine del suo partito unico e l’instaurazione del multi partitismo. Immediatamente nascono dodici partiti e, dopo una serie di violente dimostrazioni popolari, il regime é costretto a formare nell’Aprile 1992 un governo di coalizione con i partiti moderati dell’opposizione.

La struttura politica e militare del FPR subì un totale cambiamento dopo la sconfitta del 1990. Per rafforzare gli accordi presi con l’opposizione il FPR nominò il tutsi Paul Kagame come responsabile militare del movimento e il hutu Alexis Kanyarengwe come presidente del movimento politico. Paul Kagame aveva svolto un importante ruolo durante la guerra di liberazione ugandese. Come ricompensa il Presidente Yoweri Museveni lo incorporò nella struttura dell’Intelligence. Successivamente Kagame si recò negli Stati Uniti per studi militari, prima di rientrare per partecipare alla lotta di liberazione del suo paese.

Dopo un raid che vide la liberazione di molti prigionieri politici della prigione di Ruhengeri nel gennaio 1991, il FPR prese il controllo delle prefetture di Mulindi e Byumba al nord del paese.

Nel giugno 1992 l’alleanza tra il FPR e l’opposizione interna al Ruanda fu consolidata, costringendo il regime a riconoscere il movimento guerrigliero come un legale interlocutore politico e ad accettare dei negoziati in presenza di osservatori internazionali.

Tra il 1992 e il 1993 ad Arusha (Tanzania) furono firmati degli accordi che prevedevano il cessate il fuoco e la spartizione del potere tramite un governo di coalizione che preparasse libere elezioni.

I dieci comandamenti Hutu.

All’interno del regime l’ala dura del Hutu Power si organizzò contro il Presidente Habyariamana accusato di tradire il popolo hutu. Alla guida di questa fazione vi erano esponenti della famiglia del presidente e sua moglie Agathe Habyariamana.

La fazione radicale formò nel marzo 1992 la Coalizione per la Difesa della Repubblica (CDR) iniziando una violenta propaganda contro l’opposizione hutu e gli inyenzi (scarafaggi) del FPR. Ad ogni progresso verso una soluzione pacifica della crisi Ruandese il CDR intensificava la sua propaganda razziale e promuoveva massacri contro la comunità tutsi.

IL CDR non era un movimento  politico ma un contro potere all’interno del regime che in breve tempo fu capace di influenzare la politica del governo.

Si basava sui “Dieci Comandamenti Hutu” un documento pubblicato nel dicembre 1990 che prevedeva il rafforzamento del regime di apartheid in vigore nel Rwanda e la soluzione finale contro tutti i tutsi e gli hutu moderati, prevalentemente del centro e del sud del paese, accusati di tradimento. Questo documento fu l’atto finale dell’evoluzione del Manifesto Bahutu redatto nel 1957 e la giustificazione dell’olocausto.

Nel novembre 1992 un cugino del Presidente Habyariamana, che occupava importanti cariche all’interno del partito al potere MRND, durante un comizio a Gisenyi incitò la popolazione a gettare nel fiume tutti i tutsi della città e di rispedirli nel loro paese di origine: l’Etiopia. Questo fu il primo segnale pubblico dell’intenzione di attuare l’olocausto.

Dopo questo comizio il CDR uscì allo scoperto e organizzò una serie di provocazioni contro la comunità tutsi con l’obiettivo di far fallire i negoziati in corso. I leader del CDR incitavano pubblicamente la popolazione a violenze e progroms contro i tutsi del paese accusati di essere la “quinta colonna” dei ribelli provenienti dall’Uganda.

Nei primi mesi del 1993 una serie di violenze nel distretto di Gisenyi provocarono centinaia di morti tra i tutsi.

In realtà il CDR si era attivato per attuare la soluzione finale molto tempo prima la sua formazione nel marzo 1992.

I massacri di Kibirira e Kibuye nell’ottobre 1990, di Bigogwe nel gennaio 1991 e di Bugesera nel marzo 1992 furono ideati e gestiti da membri fondatori del CDR, in prima linea la moglie del Presidente. I morti si contavano già a migliaia.

Agathe Habyariamana fu il Rasputin ruandese nota per l’odio etnico contro i tutsi che oltrepassava ogni logica umana. Pubblicamente copriva il ruolo di una modesta e timida maestrina di campagna sottomessa a suo marito, ma in realtà fu l’ideatrice della soluzione finale. La sua mentalità nazista e la sua feroce determinazione nell’attuare lo sterminio oltrepassava quella dello stesso marito, ideatore del Hutu Power.

Nel Marzo 1993 una inchiesta internazionale effettuata da organizzazioni per i diritti umani accusó Agathe Habyariamana e altri membri della famiglia Presidenziale di essere gli autori dei massacri contro la comunità tutsi e i hutu moderati nel sud del paese.

Alla fine del 1992 il CDR cominciò a strutturare il piano della soluzione finale. Accurate liste di tutsi, moderati hutu, ed esponenti dell’opposizione furono redatte grazie all’aiuto delle prefetture e delle diocesi locali.

Due milizie genocidarie furono fondate e camuffate come associazioni culturali: i Interahamwe (combattenti uniti) e i Impuzamugambi (quelli che hanno un solo obiettivo). Le due milizie avevano il compito di organizzare la popolazione per renderla attivamente partecipe al genocidio.

Di fronte agli evidenti preparativi al genocidio la ribellione de FPR decise di lanciare una seconda offensiva militare nel Febbraio 1993 per rovesciare il regime prima che fosse troppo tardi.

Nuovamente il FRP fu fermato dall’esercito francese che ingaggiò violenti scontri nel nord del paese al posto delle Forze Armate Ruandesi ormai ridotte ad un simulacro di esercito dove venivano arruolati centinaia di ragazzi di 14 anni.

Questa volta l’esercito francese non si limitò a fermare l’avanzata dei guerriglieri ma tentò di lanciare una contro offensiva in grado di respingerli in Uganda. La contro offensiva fallì a causa della determinazione dei guerriglieri e alla scarso coinvolgimento della FAR. La Francia fu costretta a fare marcia indietro poiché stava diventando troppo evidente che le sue truppe d’élite erano l’unica forza militare che combatteva la guerriglia.

Fonti non ufficiali riportarono la presenza dei soldati ugandesi durante i combattimenti contro i reparti francesi. Il Governo di Kampala non ha mai risposto a queste accuse.

Durante l’offensiva del FPR e la contro offensiva dell’esercito francese 900.000 persone fuggirono dalla zona dei combattimenti rifugiandosi in Uganda o nel sud del Ruanda.

Fu creata una “buffer zone” controllata da osservatori militari dell’Unione Africana. Il nord del paese era sotto il controllo del FPR mentre il resto del paese rimaneva sotto il controllo del regime Hutu Power.

Il colpo di stato del gennaio 1994.

Nel gennaio 1994 l’ala estremista del CDR riuscì a far fallire gli accordi di pace di Arusha attraverso un colpo di stato sotterraneo sviluppatosi all’interno del regime.

Questo colpo di stato aveva una natura strettamente politica e non fu provocò la destituzione del Presidente. Fu comunque un efficace mezzo di pressione affinché la politica del governo si radicalizzasse avviandosi verso la soluzione finale.

Il Presidente Habyariamana, conscio del rischio di perdere definitivamente il potere, accettò questa radicalizzazione voluta dal CDR. Fu intrapresa una campagna di omicidi dei leader dell’opposizione che mirava alla distruzione dell’alleanza tra hutu moderati e la ribellione tutsi.

Furono infiltrati vari estremisti in alcuni partiti dell’opposizione trasformandoli in alleati del regime e in promotori del Hutu Power.

A partire dall’estate del 1993 Habyariamana diede l’ordine di armare le milizie Interahamwe e Impuzamugambi, che furono addestrate militarmente dalla guardia presidenziale e da consulenti militari francesi, convinti che fossero milizie di auto difesa popolare, secondo quanto riportato da fonti ufficiali dell’Eliseo.

Una nuova radio indipendente fu fondata: la Radiotelevisione Libera delle Mille Colline (RTLM), finanziata dalla moglie del Presidente. La radio aveva il compito di amplificare l’odio etnico contro la comunità tutsi e gli hutu del sud descritti come traditori del popolo.

6 Aprile 1994. Inizia l’olocausto.

La notte tra il 5 e il 6 aprile 1994 l’aereo presidenziale, proveniente dalla Tanzania,  fu abbattuto durante l’atterraggio all’aeroporto internazionale di Kigali. il Presidente Habyariamana e il suo omologo burundese Cyprien Ntaryamira si trovavano a bordo. Nell’attentato morirono anche i piloti di nazionalità francese.

Diverse prove portano alla conclusione che gli autori dell’attentato furono i membri hutu del CDR, tra cui la moglie del Presidente. La soluzione finale era pronta da tre anni ma mancava l’elemento catalizzatore per avviarla. Fino ad ora i massacri compiuti non avevano trovato l’eco sperato per rendere il genocidio un atto irreversibile. La politica del FPR e dell’opposizione degli hutu moderati del centro e del sud, dopo due offensive militari fermate dalle truppe francesi, si era concentrata sul rifiuto di rispondere alle provocazioni e sulla ferma volontà di continuare i colloqui  di pace. Tale politica aveva fino ad allora impedito al CDR di convincere  la popolazione a partecipare in massa al genocidio. La maggioranza della popolazione sperava in una soluzione pacifica della crisi ruandese.

Un altro fattore che giocò contro l’attuazione della soluzione finale era l’instabilità politica del Presidente Habyariamana.  Le sue decisioni sul futuro del paese oscillavano dalla repressione più feroce all’apertura al dialogo con i “nemici”.

La morte del Presidente Habyariamana fu il devastante detonatore del genocidio. Qualche minuto dopo l’abbattimento dell’aereo presidenziale la radio RTLM diffuse la notizia che il Presidente era stato ucciso dai ribelli del FPR e incitò la popolazione a prendere le armi in difesa della nazione sterminando tutti gli scarafaggi e il loro complici, gli hutu moderati del centro e del sud.

Il CDR prese immediatamente il controllo del paese, instaurando un governo provvisorio di crisi che, apparentemente, aveva l’obiettivo di controllare il paese e di impedire il caos. In realtà questo governo provvisorio fu lo strumento di coordinazione e gestione del genocidio durante i cento terribili giorni della Shoah Africana.

Durante la prima settimana del genocidio il CDR presentò all’opinione pubblica internazionale una propria versione della realtà: i ribelli di Kagame avevano ucciso il Presidente e la carneficina in atto era frutto della spontanea esplosione di rabbia della popolazione. Ovviamente il CDR dichiarava che il governo provvisorio stava compiendo tutti gli sforzi possibili per far rientrare la situazione e calmare la popolazione.

La responsabilità di Kagame nell’uccisione del Presidente e la rivolta spontanea della popolazione come diretta conseguenza furono due teorie immediatamente accettare e fatte proprie dalla Francia e dal Vaticano che cercarono di imporle alla Comunità Internazionale come semplice spiegazione delle cause dell’olocausto, nascondendo l’orrenda realtà di un genocidio pianificato almeno tre anni prima con l’appoggio attivo dei consiglieri militari francesi e di una consistente parte del clero cattolico ruandese ed espatriato.

La metodologia attuata nel genocidio distrugge ogni credibilità della versione ufficiale fornita dal governo provvisorio.

Evidenti prove dimostrano che l’olocausto era premeditato ed organizzato. Le liste della morte che cominciarono a circolare in segreto tra la popolazione hutu almeno tre mesi prima dall’inizio del genocidio.  Dal gennaio 1994 si verificò aumento dell’acquisto di armi semiautomatiche non adatte all’esercito che furono distribuite alle milizie. Furono anche  acquistati centinaia di migliaia di machete provenienti dalla Cina. L’acquisto avvenne all’intero di progetti di cooperazione agricola finanziati dalla Comunità Europea.

La sistematica natura dei massacri; la perfetta organizzazione delle unità di sterminio; la connivenza delle autorità amministrative e religiose locali: prefetti, sindaci, parlamentari, insegnanti, preti, poliziotti, che aiutarono a braccare e massacrare migliaia di tutsi e hutu moderati; il decisivo ruolo della radio Mille Colline sono altre prove inconfutabili che nulla era lasciato al caso.

UCCIDETELI TUTTI ANCHE I LORO BAMBINI. LA FOSSA E’ MEZZA PIENA. DOBBIAMO RIEMPIRLA!

Questo era lo slogan continuamente ripetuto per 100 giorni dalla radio Mille Colline, diretta da un belga di origini italiane Geroges Ruggiu.

Analizzando gli avvenimenti dei 100 giorni i motivi reali del genocidio erano sia politici che razziali.

Tra il 7 e il 15 aprile la maggioranza dei membri dell’opposizione hutu furono massacrati, compresi Agathe Uwilingiyiamana,il primo ministro del governo di colazione, il Presidente della Corte Suprema, membri del Parlamento, leader della associazioni dei diritti umani, giornalisti.

Furono tutti accusati di essere dei traditori della “razza Hutu” e barbaramente uccisi, in quanto rappresentavano l’unico ostacolo politico e la prova evidente che non esisteva il famoso “complotto tutsi”. L’opposizione era multi etnica e basata su rivendicazioni politiche e non razziali.

Il genocidio, iniziato a Kigali, si propagò rapidamente in tutto il paese (escluse le prefetture del Nord controllate dal FPR). Particolarmente efficace fu l’opera di sterminio nelle prefetture di Byumba e di Gisenyi, le roccaforti del governo Hutu Power: ottanta mila morti nei primi 6 giorni!

Tra il 10 e il 22 aprile i massacri si propagarono anche nelle prefetture di Kibungo, Cyangugu e Kibuye.

La  città universitaria di Butare rappresentò un’eccezione. La popolazione hutu si rifiutò di attivarsi per l’olocausto. Fu solo dopo l’arrivo della Guardia Presidenziale che il genocidio poté iniziare a Butare.

La differenza tra l’olocausto nazista e quello del Hutu Power risiede nella velocità di attuazione della soluzione finale, nella sua esecuzione pubblica, nei mezzi utilizzati per attuarla e nei luoghi dove si consumò l’olocausto.

I nazisti impiegarono tre anni per uccidere 6 milioni di ebrei e qualche milione di prigionieri di guerra (soprattutto russi), oppositori politici, zingari, omosessuali, handicappati fisici e mentali. Il movimento Hutu Power impiegò solo 100 giorni per uccidere un milione di persone!

Le vittime del nazismo venivano eliminate discretamente all’interno dei campi di concentramento e solo una parte dell’esercito, le SS, era utilizzata. Nonostante i dibattiti storici ancora in corso nella Germania, sembra molto probabile che la maggioranza della popolazione e dell’esercito non avesse compreso in pieno che il governo nazista stava attuando l’olocausto.

Al contrario il  movimento Hutu Power attuò la soluzione finale a cielo aperto, sotto i riflettori dei mass media internazionali e con la partecipazione attiva della maggioranza della popolazione hutu, vittima a sua volta della propoganda di odio etnico.

Un’altra caratteristica del genocidio ruandese furono gli atroci e orrendi mezzi impiegati.

Uomini e donne bruciati o sepolti vivi. Bambini gettati contro i muri per fracassare il cranio. Neonati messi nei mortai di legno e polverizzati come i grani di mais per fare la farina. Vittime lasciate agonizzanti sul selciato con arti staccati a colpi di machete. In alcuni casi le vittime riuscivano a risparmiarsi queste orribili sofferenze convincendo con del denaro i loro carnefici a sparargli una pallottola nella testa.

Ai campi di concentramento, il movimento Hutu Power preferì stadi, ospedali e chiese. In almeno trenta chiese si consumarono brutali massacri attraverso una tattica demoniaca. I preti cattolici attiravano le vittime tutsi e hutu moderati nelle chiese promettendo loro salvezza e protezione garantita dall’inviolabilità del luogo sacro.

Quando le chiese erano “ben riempite” i preti chiudevano tutte le porte dall’esterno e le milizie gettavano le granate dalle finestre e appiccavano il fuoco. In alcuni casi i preti cattolici convinsero i miliziani a non utilizzare questi metodi ma ad entrare nelle chiese per sterminare personalmente scarafaggi e traditori a colpi di machete e mazze chiodate.

L’amara vittoria degli Inkotanyi.

Il Fronte Patriottico Ruandese lanciò un’offensiva militare dalle sue posizioni al nord del paese un mese dopo l’inizio del genocidio. Il Comitato per la Difesa della Repubblica era pienamente cosciente di aver perso la guerra eppure diramò precisi ordini alle truppe governative stanziate al nord di resistere ad oltranza e di ritardare l’avanzata del Fronte Patriottico Ruandese, per permettere di completare l’olocausto nel resto del paese.

Nonostante i feroci e accaniti tentativi di resistenza dell’esercito regolare,  i ribelli riuscirono a sfondare il fronte ed intrapresero una corsa contro il tempo per conquistare il paese e porre fine al genocidio.

Kagame prese il controllo della capitale e della città di Butare tra il 3 e il 4 giugno 1994. I combattimenti nella capitale durarono per un mese con violenti attacchi e contrattacchi in tutte le colline in cui sorge Kigali.

Il genocidio continuò a Ruhengeri e Gisenyi fino alla conquista delle due prefetture da parte del Fronte Patriottico Ruandese il 17 luglio.

Nei successi anni sorse il dubbio che Paul Kagame ordinò l’offensiva finale con un mese di ritardo per aumentare il numero di vittime per creare un senso di colpa alla Comunità Internazionale identico a quello provato nel 1945 verso i sopravvissuti dell’Olocausto ebreo.

L’ultimo orrendo capitolo dell’olocausto si consumò nella “safe zone” al confine con lo Zaire sotto protezione dell’esercito francese durante l’operazione “umanitaria” Tourquoise.

Mentre la Francia organizzava la fuga dell’esercito governativo e delle milizie genocidarie nel vicino Zaire assieme alla popolazione costretta dal governo genocidario a fuggire dal Ruanda, l’esercito francese tollerò che i gruppi di sterminio finissero il lavoro nelle provincie di Gyangugu e Bibuye, liberate dal FPR verso l’ultima settimana dell’agosto 1994.

Nuovi scontri tra le truppe francesi e il FPR si verificarono nelle due provincie. Questa volta la preparazione militare francese fu sopraffatta dalla determinazione dei ribelli di porre fine al genocidio e restituire al Ruanda un futuro. Ben presto il governo francese comprese  che tutto era perduto e si concentrò sull’obiettivo di portare in salvo nel vicino Zaire l’esercito regolare e forze genocidarie per poterle riorganizzarle e tentare la riconquista del Rwanda.

La Francia ha sempre negato che le sue truppe abbiano ingaggiato combattimenti contro i ribelli del FRP durante l’operazione Tourquoise. Un’inchiesta indipendente ordinata dal nuovo governo ruandese raccolse centinaia di testimonianze che comprovarono che scontri tra il FPR e le truppe francesi erano realmente avvenuti . L’Eliseo liquidò l’inchiesta come propaganda di un governo ostile alla Francia.

Il Fronte Patriottico Ruandese ereditò un paese distrutto dove ad ogni angolo migliaia di corpi venivano divorati da cani randagi, corvi e avvoltoi. I giovani soldati tutsi provenienti dall’Uganda traumatizzati si guardavano intorno non riuscendo ancora a credere che il loro paese era stato trasformato nell’ultimo girone dell’inferno dantesco. Vari reparti ribelli trucidarono senza pietà centinaia di hutu sospettati di aver partecipato al genocidio, senza accurate verifiche. Queste esecuzioni extra-giudiziarie furono fermate in ritardo dal Comitato Politico del Fronte Patriottico Ruandese che non si era ancora trasformato in Governo provvisorio. Rapporti militari del FPR parlano di alcune esecuzioni di soldati accusati di aver massacrato dei civili.

Mentre l’orrore stuprava la mente di questi giovani soldati e i superstiti non riuscivano a capire come fosse possibile per loro di essere ancora vivi, la radio Mille Colline, ora trasformata in radio mobile, dal vicino Zaire e con la piena complicità dei francesi lanciava ancora i suoi appelli.

“Non stancatevi, il lavoro deve essere terminato. Uccideteli tutti anche i bambini. La fossa e’ mezza piena. Dobbiamo riempirla!”

Fulvio Beltrami

Kigali Rwanda

 

 

 

 

 

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