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regista ed attori di Cry for help

regista ed attori di Cry for help

Un giovane regista ugandese decide di rompere il muro del silenzio che grava sulle violenze sessuali ai minori attraverso un film – denuncia che ha riportato all’attenzione della pubblica opinione il triste fenomeno spesso coperto dalla omertà delle comunità locali e collegato alla prostituzione con complicità indirette di imprenditori stranieri, anche italiani, dell’industria del divertimento.

Cry for help è il film d’esordio del giovanissimo registra ugandese Daniel Komakech originario di Gulu, la città piú importante del nord Uganda, regione che fu il teatro di una lunga, dolorosa e sanguinaria guerra civile dal 1987 al 2004. Appena giunto al potere il guerrigliero marxista Yoweri Museveni dovette affrontare due ribellioni etniche della tribù Acholi. La prima creata dal gruppo armato Holy Spirit (Spirito Santo) e la seconda dal tristemente famoso Lord Resistence Army (Esercito di Resistenza del Signore) guidato da Joseph Kony. L’opposizione armata degli Acholi (etnia maggioritaria nel nord del paese) al nuovo governo scaturì dalla perdita dell’influenza fino allora esercitata dalla tribù sulla nazione. Per la maggior parte dei primi 25 anni dopo l’indipendenza gli Acholi avevano guidato l’Uganda dando i natali al primo presidente Milton Obote e ad altri presidenti di minor calibro come Tito Okello.

Cry for help è un film prodotto per sensibilizzare il pubblico alla tematica dello stupro di cui molte ragazze minorenni sono vittime in Uganda. È la storia di Anema, una giovane teenager orfana e di Akot la sua amica del cuore che vengono stuprate da una banda di giovani criminali consumatori e spacciatori di droga mentre sono al pozzo per prendere l’acqua. Dopo la violenza subita le due ragazze decidono di nascondere l’accaduto per paura di rappresaglie da parte della gang giovanile e del pubblico disprezzo della loro comunità. Questa decisione crea un profondo stato di frustrazione e depressione che influenzerà negativamente sulla psicologia e sugli studi delle due ragazze. La situazione psicologica creata dallo stupro e dal silenzio trasformerà la vita delle due minorenni in un vero e proprio inferno fin quando non troveranno il coraggio di denunciare i propri aggressori alla polizia.

La prima del film, prodotto dalla piccola casa cinematografica indipendente United Youth Entertainement, è stata proiettata il 26 luglio scorso a Gulu presso il centro culturale Taks Art Centre con la presenza delle autorità, diplomatici, turisti stranieri, famosi cantanti ugandesi ed un nutrito pubblico locale. Ora il film è entrato nel circuito commerciale cinematografico “informale” che normalmente pirata su CD di scarsa qualità i film internazionali vendendo le copie a prezzi irrisori: dai mille ai duemila scellini ugandesi ( 0,30 – 0,60 centesimi di euro). “Come giovane della regione ho voluto dare il mio contributo per la lotta contro lo stupro che colpisce molte ragazze minorenni sopratutto qui al nord. Il nostro obiettivo è che si possa attuare un cambiamento sociale verso il fenomeno parlandone apertamente. Il film intende anche offrire un messaggio ai giovani in generale avvertendoli del pericolo della dipendenza alle droghe”, spiega Daniel Komakech.

Oltre 39.000 i casi annualmente registrati di stupri contro minori nel paese con una percentuale di condanne inferiore al 14%. Secondo alcune Ong locali questa cifra sarebbe una sottostima in quanto la maggioranza dei stupri non vengono denunciati alla polizia. Il fenomeno dello stupro collettivo colpisce maggiormente le classi piú povere degli ambienti rurali e urbani. I criminali non sono solo giovani gang giovanili ma sopratutto genitori, parenti, vicini, sacerdoti, insegnanti. La maggioranza delle violenze sessuali vengono compiute all’interno della famiglia (zii, cugini, e raramente i padri) o da amici che approfittano dell’assenza dei genitori per violentare la giovane ragazza rimasta sola in casa. Si registrano anche vari casi di insegnanti che abusano della loro autorità per avere dei rapporti sessuali con i loro studenti. I casi di pedofilia commessi da sacerdoti protestanti e cattolici sono piú difficili da registrare in quanto protetti dalle rispettive gerarchie eclesiastiche.

Le ragazze minorenni sono doppiamente vittime: della violenza e della stigmatizzazione sociale. In generale le comunità tendono a giustificare l’aggressore sopratutto se si tratta di un familiare, un vicino o di un prete attribuendo la colpa alla ragazza sopratutto se ha raggiunto l’età dei 15 anni. Si tende a colpevolizzare la vittima accusandola di essersi vestita impropriamente o di aver attuato atteggiamenti equivoci e provocatori che scatenano la reazione del maschio adulto. La maggior parte dei casi viene risolta tra le famiglie tramite una compensazione finanziaria e a volte tramite il matrimonio riparatore tra le vittima e il suo aggressore. Il fattore culturale complica la lotta alle violenze sessuali contro i minori. Molte etnie ugandesi sono patriarcali ed impregnate da miti di machismo e di forza militare – guerriera che tendono a giustificare l’atto criminale commesso dall’uomo. Inoltre una ragazza di 15 anni è considerata dalla sua comunità già una donna.

Circa il 42% delle ragazze madri vittime delle violenze sessuali finiscono ad imboccare la strada della prostituzione per mantenere i figli nati dallo stupro con elevati rischi di contrarre malattie veneree e HIV/AIDS. Le tariffe in corso variano dai 5.000 scellini (circa 1,50 euro) per un breve rapporto denominato “short call” (breve chiamata) ai 30.000 scellini (circa 9 euro) per tutta la notte. Gli immigrati occidentali presenti nel paese pagano 50.000 scellini (quasi 15 euro) indipendentemente dalla durata del rapporto sessuale. Questo trasforma i “Wasungu” (bianchi) in ricercati clienti. Occorre però notare che solo il 32% delle giovani prostitute riescono ad accedere a questa ricca clientela a causa della mancata disponibilità finanziaria necessaria per pagarsi il trasporto e l’entrata nei pub e discoteche IN dei quartieri VIP di Kololo e Bugolobi (Kampala). Il fenomeno della prostituzione è incoraggiato dai proprietari di questi “rispettabili” locali pubblici in quanto la presenza delle ragazze aumenta la clientela maschile.

Alcuni di questi locali, come il “Cayenne”, gestito da un giovane immigrato italiano per conto di investitori indiani sospettati di traffico d’armi regionale, cercano ipocritamente di evitare accuse di favorimento  della prostituzione attuando una selezione della clientela femminile e accettando solo le ragazze decentemente vestite. Una misura di poco conto e spesso utile solo per la tutela legale del locale.  Generalizzato è l’accordo tra il gestore del locale notturno e la giovane prostituta a cui viene riconosciuto il 5% delle consumazioni alcoliche che riesce a procurare al locale tramite i suoi clienti. Un accordo teso ad incrementare clientela e vendite del locale notturno. In alcuni locali come il Capitol Pub, di proprietà di un cittadino svizzero residente in Uganda da oltre vent’anni e situato  a Kabalagala (noto quartiere turistico di Kampala) si sta notando il progressivo aumento di giovani prostitute teoricamente maggiorenni ma spesso tra i 15 e i 17 anni. La mancanza di documenti d’identità e la complicità dei gestori di questi locali sono i principali fattori che contribuiscono a rafforzare il recente fenomeno della prostituzione minorile spesso legata a passati di violenze sessuali. Un fenomeno registrato solo nella capitale del Congo: Kinshasa e nei quartieri poveri delle principali città all’est del Congo: Goma e Bukavu.

La colpevolizzazione della ragazza vittima della violenza sessuale e la mancanza di giustizia sono i migliori complici dell’aggressore che, nel 86% dei casi, è sicuro dell’impunità. Questo spinge il criminale a replicare la violenza trasformandola in una normale pratica sessuale”, spiega il regista Daniel Komakech.  La mancanza di giustizia non è direttamente imputabile alle autorità o al governo in quanto spesso le famiglie non denunciano la violenza. Vi è comunque da far notare una certa complicità da parte di poliziotti e autorità distrettuali che tendono a coprire i crimini sessuali di cui sono venuti a conoscenza a livello informale causa i pregiudizi culturali che tendono a scusare l’aggressore e a colpevolizzare la vittima. Il governo sembra titubante ad applicare la “pratica d’ufficio” tendendo ad agire solo a denuncia ufficialmente depositata. La pratica d’ufficio per crimini sessuali è prevista nel codice penale ugandese e consente le forze dell’ordine di aprire inchieste e arrestare i sospetti su casi di violenza non denunciati. Le capacità di apprendere questi crimini da parte dei piccoli funzionari e poliziotti, indipendentemente dalla denuncia formale, sono elevate dato che spesso le violenze vengono consumate all’interno di ristrette comunità rurali o nei slam urbani dove tutti si conoscono tra di loro.

 

 

 

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